Romanzo
Introduzione
Si sentiva stanco come non lo era mai stato: spossato nel fisico e provato dagli sforzi che aveva dovuto compiere e dalle lunghe ed estenuanti ore di combattimento, sfinito nella mente da pensieri dolorosi che lo torturavano non appena l’eccitazione della battaglia lo lasciava e gli toglievano il sonno quando chiudeva gli occhi anelando un poco di riposo. Sentiva i nervi a pezzi e a volte era attraversato come da una scossa elettrica che faceva sussultare ogni sua membra su e giù per la spina dorsale, un sussulto come quando si sente un rumore improvviso, uno spasmo doloroso come se gli stessero torcendo l’anima.
Tutto quello che aveva attorno a sé era andato troppo avanti, era oltre la sua capacità di comprensione e tristemente si era reso conto, quando aveva rinunciato alla ragione, era ben oltre anche la sua capacità di sopportazione. Ma non si poteva tornare indietro per lo stesso motivo per cui non era possibile tramutare la cenere in albero. Era stato passato il punto di non ritorno e volenti o nolenti bisognava andare avanti e finire quello che era stato iniziato. Questo lui lo sapeva e lo sapevano tutti i suoi compagni.
Per quanto le circostanze non lasciassero ne a lui ne ad altri la scelta, per quanto l’unica cosa che ancora lo spingeva ad andare avanti, l’istinto di sopravvivenza, esigesse di chiudere occhi e mente a tutto quello che non era strettamente necessario per non farsi uccidere, sentiva che dentro se era in corso una battaglia persa. Persa senza speranza e in modo schiacciante come era vinta la battaglia che stava combattendo assieme a tanti altri sventurati nei cui occhi a volte sembrava leggere lo stesso tormento che lo angustiava.
C’era anche chi non dava segno di nulla, chi pareva trarre soddisfazione nello svolgere con la maggior ferocia possibile il proprio dovere e chi invece era riuscito, forse solo per il momento, a posticipare il momento della verità, fissando magari la propria attenzione sulle ricchezze che stava guadagnando e su come avrebbe potuto goderne.
Per quanto lo riguardava non c’era alcun sollievo al pensiero di come la sua vita fosse permanentemente cambiata e di come probabilmente non avrebbe mai dovuto più preoccuparsi dei soldi. Si sarebbe svegliato di soprassalto di notte con il terrore cieco del suo segreto violato, di aver parlato nel sonno, di aver detto troppo a qualcuno, di essere stato un traditore o tradito e in attesa della crudele e giusta condanna che si era meritato.
Non era spaventato dalla possibilità di cadere negli ultimi istanti di quella lotta feroce, di essere beffato dal destino e di morire dopo essere sopravvissuto a tanti scontri. In realtà in cuor suo si sentiva già morto. Né era spaventato dalla possibilità che si decidesse di togliere di mezzo i testimoni di quel delitto. Chi ne aveva preso parte attiva era troppo compromesso per pensare di poter vuotare il sacco e c’erano troppi testimoni perché si pensasse di eliminarli tutti.
La sua gente non avrebbe saputo tutto questo per molti anni, forse per decenni. Prima o poi però il segreto sarebbe stato svelato. E’ sempre così. Nessuna bugia, nessun silenzio, nulla può nascondere la verità per sempre così come il Protocollo non aveva nascosto a lungo il Peccato. La sua gente avrebbe scoperto di aver perso per sempre l’innocenza per mano loro e li avrebbe giustamente odiati. E forse sarebbe stato inutile anche condannare quello scempio perché la collera e la punizione sarebbe discesa su tutti senza alcuna distinzione tra indignati e distratti, uomini e donne, adulti e bambini, così come i carnefici non si erano fermati di fronte a nulla nella loro sistematica opera distruttrice.
Le vittime inizialmente s’erano mostrate esterrefatte, incapaci di accettare quello che i loro occhi vedevano e le loro orecchie sentivano. Poi compresero l’enorme entità di quel perverso meccanismo che era stato messo in moto e l’intensità delle forze che avrebbero agito perché non si fermasse. Il loro destino era segnato e coscienti di questo decisero di fare l’unica cosa che potevano fare: cercarono di opporsi con tutte le loro forze a chi cercava di spazzarli via.
Avevano anche ottenuto dei successi e inflitto pesanti perdite ai loro assalitori ma queste si erano tradotte in un’escalation di violenza. Intere aree erano state fatte saltare per aria per spezzare e decimare la resistenza. Poco importa se si sarebbe ridotto il bottino: ce n’era d’avanzo per tutti. Erano stati usati persino espedienti crudeli e inscenate trattative finte per colpire la mente della resistenza e distruggerne il morale.
Avevano opposto una resistenza strenua, indemoniata. Avevano conservato sempre una grande dignità e non si erano piegati a chiedere una misericordia che non sarebbe mai stata concessa. Erano morti quasi tutti ormai. Gli ultimi si erano ritirati nel perimetro più interno, pronti a far pagare ai loro nemici il più alto prezzo possibile prima di cadere.
In uno degli ultimi scontri a cui aveva preso parte aveva fatto qualche cosa di estremamente pericoloso. Aveva agito d’istinto, senza pensare, senza quasi rendersi conto di come avesse scavalcato la barricata. Quando se ne era reso conto aveva sentito improvvisamente un sollievo nel animo e aveva compreso di aver fatto la cosa giusta, l’unica che in qualche modo poteva riparare una piccola parte del suo debito.
Subito dopo era finalmente giunto il momento di smobilitare una prima parte delle forze impegnate e la scelta era ricaduta anche su di lui. Usando non solo la sua posizione di potere e la fiducia che si era guadagnato, ma anche l’insensibilità di chi era rimasto shockato dall’esperienza e la disattenzione di chi già faceva l’inventario delle ricchezze guadagnate, aveva ideato un piano che poteva funzionare.
Con quello avrebbe potuto riscattare un po’ della sua anima. Non tutta ma solo una piccola parte. Non sarebbe mai stato abbastanza.
Vivere come un Rigattiere
A chiunque gli domandasse come mai perdeva tempo con cose che avrebbe potuto comprare, reagiva sempre con una smorfia che solo i più intimi avrebbero interpretato per un sorriso. “Un Rigattiere deve vivere come un Rigattiere”, era l’immancabile risposta. Era questa la sua frase preferita, quella che più spesso citava anche quando non doveva rispondere ad una domanda ma semplicemente cercava di convincere se stesso di non aver buttato via tempo che avrebbe potuto spendere meglio. Un Rigattiere deve vivere come un Rigattiere e quindi con le proprie forze deve affrontare il mondo e vincere le difficoltà, con la propria mente concepire modi sempre migliori per risolvere i problemi e con le proprie mani deve costruire ogni cosa. Un Rigattiere non sarebbe tale se non spendesse parte della propria giornata a vagabondare alla ricerca di qualche oggetto da riparare, di materiali che chiunque considererebbe di scarto e che invece, agli occhi di chi ha abbracciato il modo di vivere di Rigattiere, è valida materia prima con cui dilettarsi, lavorare e, forse, giungere a qualche cosa di utile.
Se gli avessero chiesto cosa fosse per lui il suo lavoro, avrebbe sicuramente risposto: svago. Ma qualche cosa era cambiata negli ultimi anni e la risposta non sarebbe sembrata così convincente come una volta. Ad ogni modo nessuno se ne era mai accorto, visto che a nessuno interessa realmente cosa c’è nella mente di un Rigattiere.
Ma ciò che nessuno aveva notato era per Ebenezel un vero tormento.
Non aveva smesso di provare piacere dalla ricerca, dallo studio e dal suo lavoro ma sicuramente molte cose che aveva sempre dato per scontate ultimamente non lo erano più. Forse ad erodere la sua passione c’era la consapevolezza di vivere fuori dal mondo, circondato da una cultura che non lo comprendeva e non lo avrebbe nemmeno tollerato se non fosse stato utile. Non si era mai fatto influenzare dalle opinioni degli altri, questo no. Ma, sigillo dopo sigillo, aveva finalmente compreso molte delle cose che aveva letto sui vecchi testi e aveva sperimentato proprio ciò che la gente aveva voluto dimenticare e cercava ogni giorno di tenere ben lontano: l’impotenza dell’uomo di fronte allo scorrere del tempo, la caducità delle opere umane, la morte.
Se fosse stato un artista antico avrebbe avuto la consolazione di sapere che la sua opera gli sarebbe sopravvissuta. Se avesse deciso di vivere come l’etichetta prevedeva sui Mondi Urbani, avrebbe avuto la consolazione della disperata compagnia dei decadenti club dell’alta società. Ma era un Rigattiere. A lui era riservato solo il pubblico rimprovero di aver scelto uno stile di vita eccentrico in una civiltà che aveva cercato di bandire ogni stravaganza e al primo sigillo dopo la sua morte ogni cosa che aveva fatto sarebbe diventata inutile, antiquata: vecchia in un mondo che non aveva né il tempo né la volontà di guardare indietro. O avanti.
Sempre più spesso gli capitava di tornare col pensiero ai giorni in cui era solo un apprendista nel laboratorio del suo mentore Aarón. In quei giorni la vita aveva impartito una severa lezione ma Ebenezel era giovane e, come spesso accade, non l’aveva compresa se non molti anni più tardi.
Ai tempi dell’apprendistato, Ebenezel non aveva ancora nemmeno immaginato cosa il futuro gli avrebbe riservato. I Rigattieri erano, e sarebbero rimasti anche nei decenni a venire, pochi e guardati con diffidenza e anche una punta di disprezzo. La loro esistenza, i loro scopi, il modo di vivere, altri non erano che un paradosso: in un mondo dominato dal Protocollo come le piante e i fiori dal susseguirsi delle stagioni, non c’era spazio per chi aveva deciso di sfidare i sigilli e conquistare da solo segreti che sarebbero stati rivelati a tempo debito.
No, Ebenezel da giovane non solo non avrebbe mai indovinato il suo futuro ma anzi, se avesse avuto modo di conoscerlo non l’avrebbe accettato. Eppure in lui c’erano già la passione per la fatica dell’artigianale lavoro nei laboratori, il gusto e la soddisfazione di costruire con le proprie mani qualche cosa che le fabbriche automatiche avrebbero potuto produrre meglio in meno tempo, la sfrontatezza e l’intolleranza verso l’autorità, tipiche della gioventù ma che in lui erano un potente stimolo a rifiutare ciò che veniva dato per scontato. Nel cuore, Ebenezel era già un Rigattiere ma ancora non ne aveva preso coscienza.
Il suo maestro era un noto e apprezzato costruttore di astronavi. Il suo laboratorio era il più grande del Gruppo ed era capace di sfornare una dozzina di navi all’anno, un’immensità rispetto a qualunque altra fabbrica umana, un’inezia in confronto alle fabbriche automatizzate dei Mondi Urbani. Ma le navi prodotte da Aaron erano le migliori. Non erano basate sui progetti del Protocollo, come tutte le altre astronavi prodotte da Rigattieri o Maestri. Aaron nei sui lunghi anni di pratica aveva letteralmente smontato e rimontato numerose astronavi standard, aveva studiato approfonditamente la fisica fino a padroneggiarla con maestria e infine aveva progettato da zero nuovi modelli di astronave ottenendo prodotti dalle prestazioni differenti e spesso decisamente migliori rispetto alle versioni standard.
Quando la voce della superiorità del lavoro di Aaron si era sparsa, torme di Supplicanti avevano intrapreso il viaggio per giungere al cospetto del Maestro e implorare il privilegio di possedere una sua opera. Ma Aaron non era un Rigattiere e non aveva perso nemmeno un poco del suo tempo per accogliere i Supplicanti: si era limitato ad assumere qualche apprendista, in particolare qualcuno che si occupasse dei fastidiosi e rumorosi visitatori, e ampliare il suo laboratorio per poter soddisfare una richiesta sempre crescente. Un Rigattiere avrebbe selezionato i Supplicanti, decidendo con cura, in base alle motivazioni dell’implorazione, a chi offrire il proprio tempo. Aaron vide in questa sua inaspettata popolarità solo l’occasione per ottenere maggiori risorse per la propria ricerca e, soprattutto, poter sviluppare contemporaneamente un numero crescente di progetti diversi e sperimentare tutto quello che gli veniva in mente.
Ebenzel divenne apprendista di Aaron proprio nel momento in cui il Maestro era giunto al culmine della propria carriera di Costruttore. Se nel Gruppo ci fosse stato qualcuno interessato a scrivere, come i Padri avevano fatto con il proprio passato, la storia della propria gente, sicuramente avrebbe scritto di Aaron e di quando il Sigillo, come se fosse dotato di volontà propria e della capacità di odiare e desiderare la rivalsa, si era preso la rivincita sul lavoro del Maestro. Ma il mestiere di Storico non era mai esistito nel Gruppo e così solo gli Apprendisti al servizio di Aaron, tra cui lo stesso Ebenezel, e i suoi amici e collaboratori più intimi, poterono assistere al suo tramonto.
Quando il Sigillo si ruppe, dopo lunghi anni di quiete che avevano dato origine alla comune convinzione che tutto quello che doveva essere rivelato era già stato reso noto, vennero liberate nuove e sbalorditive conoscenze in numerosi campi scientifici. Le fabbriche automatiche lavorarono settimane intere per rinnovarsi e questo fece capire a tutti, prima ancora che i mappatori avessero avuto modo di esplorare la rete delle nuove aree di conoscenza rese disponibili dal sigillo, quanto fossero radicali le novità apportate dalla sua rottura. Quando le fabbriche automatizzate furono finalmente complete, vennero prodotti i primi modelli della nuova serie di astronavi e subito fu chiaro persino ad Aaròn che le vecchie linee di produzione umana, benché avanzate rispetto a quelle standard, erano divenute terribilmente obsolete, scavalcate dai segreti rivelati.
Il Maestro si scoprì padrone di manufatti privi di valore, poco utili persino come materiali da riciclo. I pezzi in produzione, in assemblaggio, le navi completate e in attesa di essere consegnate, persino i numerosi progetti e le sperimentazioni in corso, improvvisamente erano divenuti pezzi da museo e due decenni di ricerca erano stati sopravanzati in pochi attimi, il lavoro e l’orgoglio di una vita ridicolizzati. Peggiore di ogni altra cosa, per Aaron fu la consapevolezza che i traguardi raggiunti in due decenni di sacrifici, e che parevano tanto mirabili, erano divenuti trascurabili di fronte all’innovazione apportata dal Sigillo.
Il Mestro non si riebbe mai completamente. Improvvisamente scoprì la mancanza dei cortei di Supplicanti, dell’orgoglio che provava ogni volta che poteva consegnare un manufatto unico e irripetibile, la sensazione di potenza che provava quando sperimentava le prestazioni della sua ultima astronave e scopriva di aver migliorato ulteriormente il record di velocità del Gruppo. Se fosse stato un Rigattiere non avrebbe mai concentrato tutto il suo lavoro solo su quel campo di ricerca e avrebbe avuto la consolazione di poter vantare il primato comunque in campi non intaccati dal Sigillo come la botanica, la meccanica o le materie umanistiche.
Un Rigattiere ha più da guadagnare che da perdere dalla rottura di un Sigillo poiché ha nuovi balocchi con cui giocare, nuovi campi di studio, nuove sfide. Ebenezel stesso, all’inizio della sua carriera di Rigattiere, aveva tratto grande diletto dalla rottura di numerosi Sigilli. Ma negli anni successivi, man mano che gli interessi del Rigattiere si erano spostati nuovamente verso la sua antica passione, l’ingegneria spaziale, Ebenezel si era trovato a considerare quasi con timore la possibilità che gli toccasse la stessa sorte del suo Maestro e più di una volta aveva cercato di immaginare quali sarebbero state le sue reazioni di fronte a tale evenienza.
La sua esperienza e la sua stessa filosofia di vita da Rigattiere gli sconsigliavano di commettere l’errore di Aaron e di dedicare troppo del suo tempo ad un solo campo di studio ma Ebenezel aveva ormai da tempo compreso che era attratto più dai risultati che dal giocoso stile di vita del Rigattiere e il suo lavoro molto spesso non era più un divertente passatempo senza troppi impegni e senza preoccupazioni, ma era diventato una passione profonda e un desiderio inappagabile di conoscenza e di sfida verso l’ingiustizia rappresentata dal Protocollo.
Qualche volta balenava nella sua mente la consapevolezza di non essere mai stato Rigattiere ma di aver sin dall’inizio evitato la propria vera vocazione di Maestro, per paura di dover ammettere che nel suo destino vi era il germe della sconfitta e la vittoria del Protocollo. Ma ammettendo tutto questo avrebbe dovuto accettare la consapevolezza di aver speso parte della propria esistenza scappando al proprio destino, rinnegando la propria essenza, vivendo nella sicurezza di una bugia costruita per sé stesso.
Allora forse l’unica cosa che poteva fare era continuare lungo la via che, magari sbagliando, aveva scelto, ma che aveva seguito per tanto tempo e aveva fatto di lui quello che era. Non restava che vivere come un Rigattiere.
Il Supplicante
L’uomo che era di fronte ad Ebenezel aveva un aspetto decisamente trasandato. La sua età biologica era, caso quasi unico nei Mondi Urbani, inferiore a quella che il suo aspetto sembrava suggerire. Il viso era segnato da rughe lungo le linee della bocca, sulla fronte alta e dai capelli radi, sul collo segnato da quella che incredibilmente sarebbe sembrata una cicatrice.
Ebenezel aveva già visto quei lineamenti e aveva già avuto modo di stupirsi per quel terribile segno sul collo e domandarsi come avesse fatto l’uomo a procurarsi una cicatrice. Forse non si era sottoposto volontariamente alle cure estetiche? Forse, per quanto improbabile, la ferita era precedente al Sigillo che aveva rivelato i segreti della rigenerazione e l’uomo aveva deciso, successivamente, di evitare la terapia.
Tutte queste domande erano lecite sui Mondi Urbani e sicuramente erano state poste molte volte. Ma l’indiscrezione non era un lusso che un Rigattiere poteva permettersi e quindi Ebenezel aveva sempre tenuto per sé queste riflessioni.
-Questo e’ indubbiamente – disse l’uomo – il miglior vino che abbia mai provato. Sicuramente il segreto del suo sapore risiede nella sapiente tecnica di fermentazione.
Ebenezel sorrise appena e con un quasi impercettibile cenno della mano sinistra parve accogliere gentilmente l’adulazione mentre con la destra si portava alle labbra il calice per un sorseggiare la bevanda rosso scuro. Il vino era stato un suo passatempo qualche anno addietro e, ora che finalmente poteva assaporare il frutto del suo lavoro, si sentiva quasi dispiaciuto di non aver continuato a lavorare con l’uva e le botti di quercia americana. Prima o poi il vino che aveva conservato nella cantina, scavata e lasciata appositamente priva di isolamento, sarebbe finito e, per poter gustare nuovamente quella rarissima bevanda, avrebbe dovuto aspettare qualche anno.
-L’arte del vino e’ quasi sconosciuta persino fuori dai Mondi Urbani. – Continuò – Si dice che nell’Esterno ci sia un mondo sul quale ogni pianta cresce come su nessun altro. Lo chiamano Eden anche se questo non e’ il nome sulle carte.
L’ospite era sempre stato fonte di sorpresa per Ebenezel e scoperte inaspettate. La sua provenienza dall’Esterno era ovvia, non solo per l’aspetto trasandato e logorato dalla vita pericolosa e selvaggia dei mondi non Urbani ma soprattutto per quel gli argomenti di cui parlava. Nessun Cons o Prog avrebbe mai bevuto di buon grado i suoi intrugli traendone persino piacere o si sarebbe cimentato in una discussione sulla vite per poi accennare dell’esistenza, nei mondi dell’Esterno di un pianeta del nome di Eden. La cortesia non si sarebbe mai spinta a tanto: un Urbano coraggioso e determinato sarebbe riuscito al massimo a inghiottire qualche sorso di vino senza storcere il naso e costringendo il proprio stomaco ad accettare l’insolita bevanda.
-Forse per il terreno o per il clima unico, chi lo sa? – Concluse l’uomo – I pochi Maestri che si occupano di vino vi si sono trasferiti e da li esportano tutto il vino consumato nell’Esterno. Il risultato del loro lavoro comunque non e’ paragonabile con questo.
Detto questo alzò il calice per proporre un brindisi: – Ai Padri.
Ebenezel rimase nuovamente colpito dall’ironia nella voce del suo invitato. Tardò solo un istante a rispondere alzando a sua volta il calice per poi trangugiarne il contenuto in un solo sorso.
- Dragan, – disse all’ospite – un giorno se dovessi trovarti a far scalo su Eden, ti sarei grato se mi potessi comprare e spedire dei campioni di terreno e di vite. Io sono riuscito solamente a trovare una varietà che gli antichi chiamavano Berlandieri- Rupestris.
-Sarà mia cura procurarvi i migliori esemplari di vite e i migliori campioni di terreno e farveli avere nel più breve tempo possibile come segno di stima. – Dopo una breve pausa, Dragan si sporse dalla sedia e si lasciò cadere con le ginocchia a terra assumendo improvvisamente un tono di voce supplicante e recitando la formula dell’Implorazione:– Rigattiere, vi è una questione che mi sta a cuore: una cosa molto importante per me, trascurabile per voi. Un materiale tecnologico in mio possesso si e’ guastato e nessuno e’ in grado di ripararlo. Solo il vostro generoso aiuto può venirmi in soccorso. Vi imploro di dedicarmi una piccola parte del vostro tempo e ve ne sarò per sempre riconoscente.
Detto questo, il Supplicante abbassò lo sguardo verso terra e rimase in attesa fino a quando il Rigattiere non gli pose una mano sulla spalla sinistra e gli disse:- Dragan, la tua implorazione non rimarrà inascoltata. Farò tutto quanto e’ in mio potere per aiutarti.
Dragan tornò a sedere e improvvisamente, così come era diventato un Supplicante, riacquistò il tono e la postura di una normale e piacevole conversazione tra vecchi amici. Si sporse leggermente a sinistra per raccogliere da terra una grossa borsa che aveva portato con se e, apertala, estrarre un oggetto metallico.
-Il materiale tecnologico che vorrei sottoporre alla vostra attenzione e’ stato incautamente rotto. Inizialmente non era mia intenzione rubare il vostro prezioso tempo, così ho cercato chi potesse rimediare al danno fatto. Ma non ho avuto alcuna fortuna e non mi e’ rimasto altro da fare che chiedere il vostro consiglio. Ecco, tenete. – E lo diede ad Ebenezel.
L’oggetto, perché, per quanto incredibile potesse sembrare, certamente si trattava di un manufatto, aveva chiaramente la forma dell’avambraccio e della mano destra di un uomo. La superficie era morbida al tatto e le proporzioni perfette ma la pelle aveva un colore grigio scuro ed era fredda. All’estremità che avrebbe dovuto coincidere con il gomito, il braccio presentava delle scanalature e delle rientranze che probabilmente, aveva velocemente concluso il Rigattiere, servivano per bloccare ad incastro l’avambraccio su un gomito artificiale e attraverso le quali era possibile vedere parte delle articolazioni interne. Poco sopra il palmo della mano artificiale, all’altezza del polso vi era un foro ed un secondo si trovava qualche centimetro più su, verso metà avambraccio.
Ebenezel non poté che ammettere il proprio stupore. In parte questo era causato dal fatto che si aspettava di dover riparare un’arma modificata o di sbloccare un meccanismo di sicurezza, così lo aveva abituato Dragan nelle sue precedenti Implorazioni, e in parte era dovuto all’incredibile oggetto che teneva tra le mani. Di che cosa si trattava? Un braccio di un robot? Oppure, ancora più incredibile, parte di una protesi? La perfezione della riproduzione dell’anatomia umana faceva propendere per la seconda ipotesi. Ma due, tra tante domande, rimanevano sospese nella sua mente: chi poteva aver costruito un simile materiale tecnologico e chi poteva averne avuto bisogno quando sarebbe stato infinitamente più facile, e preferibile, sottoporsi alla rigenerazione per riacquisire un arto perso in un incidente. L’unica cosa sicura era che l’oggetto era stato rotto da due proiettili sparati da un’arma da fuoco portatile. Ma anche questa certezza sollevava una domanda: chi poteva aver sparato a una simile meraviglia?
-Dragan, tu sai che sono un Rigattiere molto attaccato alla tradizione. – Disse Ebenezel. – E sai che non faccio domande, non ti ho mai chiesto quale fosse il tuo mestiere, se mai ne hai avuto uno, né da dove vieni anche se spesso mi hai detto e fatto intendere che sei dell’Esterno. Ma questa volta non posso nasconderti che, anche se riuscirò a trattenermi dal farti una qualunque domanda, sono letteralmente divorato dalla curiosità perché quello che mi hai portato e’ un manufatto unico.
Le parole del Rigattiere non sortirono alcun effetto sull’ospite che rimase completamente impassibile e continuava a scrutare il suo anfitrione. Il suo viso si era fatto di colpo duro e il suo sguardo attento e penetrante. La gentilezza era completamente scomparsa così come qualche minuto prima era scomparso l’atteggiamento supplichevole appena l’Implorazione era giunta al termine. Ma c’era qualche cosa di nuovo ora nei lineamenti di Dragan, una sorta di tensione nei muscoli del collo offeso, nella rigidità della sua persona. Forse ira per la privacy tacitamente violata? Questo Ebenezel non sapeva dirlo.
-Ho capito, allora. – Esclamò il Rigattiere – Il sigillo si e’ rotto!
Detto questo si alzò velocemente dalla sedia e, senza notare il sussulto che scosse Dragan, si diresse verso il suo tavolo da lavoro e depose il materiale tecnologico tra gli strumenti per poi affannarsi ad accendere tutte le apparecchiature di analisi e diagnosi. Qualche minuto più tardi anche Dragan si diresse verso il tavolo e, lentamente, arrivò accanto al Rigattiere. Se Ebenezel non fosse stato così preso, avrebbe certamente notato il sorriso rassegnato sulle labbra del suo ospite ma era troppo preso e sbalordito persino per accorgersi che era stato violato il rigido e formale rapporto tra Supplicante e Rigattiere, che non avrebbe dovuto mettersi al lavoro davanti ad estranei e tantomeno perdere la sua aura di imperturbabilità.
-Incredibile! Non si tratta solo di materiali nuovi ma persino la tecnologia alla base di tutto e’ completamente nuova. Una tecnologia che funziona ad un livello più basso. Forse in questi curiosi cristalli… strutture molecolari perfette… e sconosciute. – Diceva tra sé e sé.
Dopo qualche minuto ancora finalmente si riscosse e, conscio nuovamente della presenza dell’Esterno, si volse verso il suo ospite:- Questa e’ una cosa che io non posso fare. Non posso riparare questo manufatto. Non ora almeno. C’e’ stato un salto tecnologico: forse un Rigattiere o un Maestro molto più bravo di me. Ma come potrebbe aver lavorato tutto questo tempo senza che io lo sapessi? Senza che nessuno lo sapesse, anzi, perché la sua opera sta alla nostra tecnologia come i relitti del Protocollo stanno alle navi standard di oggi. Forse il sigillo si e’ rotto di nuovo e nessuno se ne e’ accorto. – Ebenezel si fece pensoso – Forse invece c’e’ un’altra spiegazione.
-Se non potete aiutarmi, se non potete ripararlo,- Disse improvvisamente Dragan allungando le mani sul manufatto e, con grande stupore di Ebenzel, togliendolo dagli strumenti di analisi –allora vi ringrazio per la vostra pazienza e la gentilezza ma credo che lo scopo della mia visita sia venuto a mancare.
-Aspettate! Lasciatelo a me. – Esclamò il Rigattiere. Poi aggiunse, come per spiegazione
er studiarlo.
-Vi ringrazio, vi porterò appena possibile i campioni. A presto Rigattiere Ebenezel e grazie ancora per il buon vino.
Dopo aver pronunciato queste parole Dragan chiuse velocemente il braccio nella borsa e, fatto un frettoloso cenno di saluto, si avviò verso l’uscita e scomparve alla vista dell’allibito Rigattiere.
Che senso poteva dare a quella visita e alla veloce dipartita di Dragan? Lo conosceva da tempo e aveva avuto con lui un ottimo rapporto. Nulla che sconfinasse dagli angusti limiti del rapporto tra Rigattiere e Supplicante ma pur sempre un rapporto che in qualche modo era più caloroso degli altri, forse perché Ebenezel riconosceva, per quanto lo stesso rito di Implorazione servisse a marcare la superiorità del Rigattiere, in Dragan una persona a lui pari per la conoscenza dell’Esterno, per la vita da reietto che li accumunava: Rigattiere lui, Vagabondo l’altro.
Nulla poteva spiegare la sua improvvisa fretta, la fronte imperlata di sudore e il nervosismo che lo avevano colto quando Ebenezel aveva ammesso la propria impotenza. O forse non quando il Rigattiere aveva annunciato di non poter fare nulla, ma quando aveva iniziato a far supposizioni sull’origine del manufatto?
E tutte le mille domande che aveva in mente ora ancora più difficilmente potevano aver risposta, visto che non aveva più tra le mani l’oggetto della sua indagine. Rimanevano i dati rilevati dagli strumenti e quello che aveva visto, fortunatamente custodito da una memoria di ferro.
Ebenezel, calmata l’agitazione, prese velocemente la sua decisione. Sarebbe andato avanti anche se Dragan aveva detto di non aver più bisogno di lui e gli aveva negato la possibilità di tenere e studiare il manufatto.
Vi era un solo posto dove iniziare la sua indagine ora che non poteva più contare sullo studio diretto dell’oggetto e cioè il posto dove ogni cosa concepita veniva costruita: la fabbrica automatica di Rotolev.
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