Il gatto e il topo
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Inizialmente tutto era filato liscio. L’equipaggio si era comportato in modo impeccabile e con pazienza aveva affrontato il lungo viaggio di avvicinamento al Tunnel e aveva recitato la parte persino con entusiasmo nei vari scali dove avevano dovuto fermarsi per commerciare. Quando era venuto il momento di combattere ogni uomo aveva fatto quello che doveva con freddezza e precisione. Forse anche per questo non c’era stato bisogno di spargere sangue inutilmente.
La prima vittima, un mercantile di media stazza, che poi era risultato carico di parti di strumentazioni elettroniche e diretto verso i cantieri spaziali di Sevinopel, era stata individuata sul bordo esterno del Tunnel. Si spostava a velocità di crociera e cioè lentamente, in linea retta, senza tentare nessuna manovra evasiva, senza cercare di mascherare la propria caratteristica. Il suo comandante doveva essere sicuro che nessuno lo avrebbe attaccato lì, nel centro del commercio tra i mondi Esterni e quelli della Nebulosa. Forse era stato malconsigliato dall’intelligence della sua patria, forse se ne era solamente fregato di quella guerra e aveva pensato che era troppo lontana per coinvolgerlo. In ogni caso si era comportato proprio come avevano previsto gli ideatori del piano e questo era tutto ciò che importava.
Era bastato un tiro a forcella e una breve comunicazione radio per far fermare i motori del cargo e ottenere che l’equipaggio abbandonasse la nave sulle scialuppe di salvataggio. Non c’era stata necessità di fare le cose di fretta ma non era nemmeno il caso di rischiare più dello stretto necessario. Far saltare il cargo senza preavviso era sicuramente la scelta tattica migliore ma gli strateghi erano stati chiari: per evitare una veloce e terribile escalation di violenza bisognava cercare, quando possibile, di evitare di uccidere.
Per non sprecare munizioni, il comandante Adam Mallery aveva deciso di far saltare il mercantile usando il cannone ad accelerazione di materia. Una sfera di nikel-cromo di 12 cm di diametro alla velocità relativa di 42 km/s aveva centrato la nave inerme trapassandola da poppa a prua, squarciando propulsori, generatori, paratie e condutture e mandando in pezzi, con micidiale energia cinetica, l’intera struttura mentre l’atmosfera e le riserve d’acqua eruttavano dai serbatoi distrutti con gigantesche fontane di polvere cristallizzata.
Il morale dell’equipaggio era alto. Avevano portato a termine il loro primo incarico in modo perfetto e nelle menti di tutti c’era già la caccia alla prossima vittima. Inoltre era stato un sollievo scoprire che chi aveva progettato quella missione aveva valutato correttamente tutte le alternative e gli scenari possibili e aveva previsto correttamente lo svolgimento degli eventi. Questo faceva ben sperare per il futuro.
Lasciati alle spalle le scialuppe di salvataggio e i rottami della nave mercantile, il Sumter si era diretto verso ai margini di una regione del Tunnel dove avrebbe dovuto trovarsi un discreto traffico commerciale. Dopo due giorni di viaggio la caccia era ripresa nei dintorni di Longe. E la fortuna aveva iniziato a mutare.
I primi due contatti erano troppo vicini tra loro e, per le prime settimane di campagna, le regole di ingaggio parlavano chiaro: non ci dovevano essere testimoni. Scartate le prede non conformi al protocollo, il Sumter aveva vagato senza alcun contatto fino a quando non era stata rilevata una grossa nave, la Orion, a una dozzina di giorni luce. Il problema era che il contatto era un po’ troppo vicino alle rotte standard e un’azione di forza avrebbe rischiato di attirare l’attenzione di altri vascelli in transito.
Di fronte alla scelta tra una preda difficile e pericolosa o ulteriori ricerche e perdite di tempo – che a loro volta avrebbero comportato un aumento del rischio – Mallery aveva deciso di attaccare e aveva dato ordine di predisporre una traiettoria di avvicinamento che potesse sembrare casuale.
La preda aveva rilevato immediatamente il contatto in avvicinamento e, prima che fosse a portata di tiro, aveva manovrato accelerando e effettuando brevi sequenze di salto casuale, costringendo il Sumter a gettare la maschera e mettersi all’inseguimento.
A complicare la situazione, il mercantile aveva lanciato due piccioni viaggiatori e aveva allungato la propria frequenza di salto, rendendo ancora più difficile ogni manovra e guadagnando altro tempo prezioso, nella speranza che l’inseguitore desistesse o l’azione si spostasse in zone più trafficate dove magari avrebbe potuto contare sul supporto di qualche nave militare di pattuglia.
Nonostante tutto, poco dopo aver disperatamente lanciato altri due piccioni viaggiatori, era stato raggiunto dal Sumter che nel frattempo era riuscito a porsi a distanza di tiro e aveva allineato la propria frequenza di salto in fase. Era stato effettuato un contatto radio molto breve per chiedere la resa, ma dalla Orion il comandante, prima di interrompere la linea, aveva solamente detto: << Scordatelo. >>.
Il siluro aveva impiegato poco più di 25 secondi per allinearsi sulla vittima e anticiparla di una frazione di secondo, detonando con la potenza di un megatone e mezzo nell’istante esatto in cui la Orion rientrava nello spazio. Come era logico attendersi, non c’erano stati sopravvissuti.
I guai però non erano finiti.
Mentre comandante ed ufficiali discutevano animatamente sulle conseguenze strategiche di quell’azione, i sistemi di bordo avevano rilevato un nuovo contatto in avvicinamento. Era più forte e grande dei contatti precedenti e, prima ancora che la sua caratteristica venisse individuata, tutti avevano compreso che era quello di una nave militare di medie dimensioni.
Da cacciatori, erano diventati preda.
Da fuori il Sumter doveva sembrare una nave commerciale con grandi stive, motori potenti ma non brillanti, rifiniture rozze ed economiche e afflitta dai mille problemi tipici delle navi civili sottoposte a grandi carichi di lavoro e scarsa manutenzione. Non avrebbe mai potuto spacciarsi per quello che non era se non ci fosse stata una grande cura anche nei minimi particolari. E per non tradire la propria essenza e lo scopo ultimi per cui era stata creata, c’erano elevatori perennemente bloccati con laconici cartelli con scritto “Fuori servizio” e compartimenti stagni che bisognava aprire manualmente tutte le volte che la nave faceva scalo in qualche porto per commerciare e perpetrare l’inganno.
Ma da dentro, oltre lo spazio di carico accessibile anche ai manovali dei porti, erano poche le cose che in comune con una nave da trasporto. Gli interni erano stati ridisegnati completamente per alloggiare generatori e motori militari, così come sistemi d’arma, sistemi di supporto vitale, dormitori e sale per il numeroso equipaggio.
Non era raro che le navi commerciali, soprattutto in zone e tempi pericolosi come quelli, fossero dotate di armamenti o fossero state potenziate per poter avere qualche chance in più nel caso di aggressione. Il Sumter però non era per nulla una nave da carico. Era una vera e propria nave da guerra, armata e attrezzata come una corvetta, nascosta nello scafo di una nave civile, un cavallo di troia in miniatura per combattere una guerra clandestina in zone neutrali.
Era armata di siluri, laser, cannoni ad accelerazione di massa, dispositivi per la guerra elettronica, radar e scanner. Aveva anche motori molto potenti ma rallentati dall’enorme zavorra necessaria per attraccare in un porto neutrale e fare affari con mercanti che il giorno dopo avrebbero potuto trovarsi al centro del mirino dei suoi cannoni.
Il suo equipaggio era composto da soldati selezionati per la precedente esperienza come marinai o la loro abilità nella recita. Perché per quanto il Sumter fosse ben armato, avrebbe avuto sempre come migliore strumento la dissimulazione e la sorpresa.
Tra tutto quello che c’era a bordo, la sala che meno somigliava all’equivalente di una nave commerciale era quella di comando dove Adam Mallery stava scrutando la fila di monitor di controllo e il suo secondo ufficiale, Kuboyama Tojoma, stava camminando nervosamente lungo le console degli addetti alle armi.
“Il Guastafeste ha allungato il passo del 2%. Arriverà a tiro tra dodici minuti e venti secondi”, disse un uomo seduto alla destra del comandante. “Inoltre”, aggiunse, “penso di aver isolato la caratteristica.”
Ad un cenno di Mallery, il sottotenente Corie iniziò a leggere dal manuale che stava consultando: “Si direbbe un vascello dell’Alleanza classe Nibbio. Un incrociatore pesante da 4.800.000 tonnellate. Velocità standard 150c. L’equipaggio e’ di 62 persone. Ha novanta siluri in sei batterie, più quattro laser pesanti. Avremo la conferma su questa stima appena sarà a portata dei nostri spettrometri ma tutti i dati coincidono e l’analisi pare accurata.”
Ovviamente e’ accurata, pensò il comandante, a meno che anche loro non abbiano camuffato le loro navi in qualche altra cosa. Ma se noi spacciamo una nave corsara per una nave commerciale, loro cosa potrebbero mascherare da nave da guerra?
“Prendiamo per buona questa ipotesi. Il Guastafeste, o Nibbio, e’ una nave da guerra più grossa, potente e cattiva del Sumter. Ha più birra di noi, ha più siluri, ha più autonomia e probabilmente e’ capace anche di sparare prima di noi. Che alternative abbiamo?”, chiese infine a Kuboyama il quale trasse un profondo respiro prima di rispondere.
“Possiamo continuare a scappare allungando il passo. Penso sia l’alternativa migliore. Se rimaniamo a combattere le probabilità sono nettamente contro di noi. Il Sumter e’ di costruzione recente ed e’ anche più leggero del Nibbio. Questo potrebbe darci un vantaggio. Magari potremmo aumentare l’overjump abbastanza da compensare la loro caratteristica superiore e tenerli a distanza abbastanza da farli desistere. Quanto tempo ci resta, Corie?”
“Undici minuti e quarantacinque secondi”
“Bene, Kuboyama, aumentiamo il passo al 25% e vediamo cosa succede”, disse il comandante.
I due ufficiali annuirono e i generatori della Sumter ruggirono mentre la nave aumentava la propria velocità fittizia a 176c.
Sin dai giorni della seconda colonizzazione, la Nebulosa era rimasta oscura e impenetrabile ad ogni tentativo di esplorazione così come era stata opaca agli occhi e agli strumenti degli astronomi. Era semplicemente troppo grande e densa per essere attraversata alla cieca e senza punti di riferimento, chiunque vi fosse entrato non avrebbe potuto uscirne se non usando normali sistemi propulsivi newtoniani e spendendo qualche centinaia di migliaia di anni.
Se, nei primi gloriosi decenni della conquista dello spazio, queste difficoltà avevano fatto volgere lo sguardo degli esploratori e delle prime navi coloniali verso obiettivi più lontani ma più accessibili, la Nebulosa aveva continuato ad esercitare un’attrazione magnetica sulle menti di numerosi studiosi dello spazio e sugli esploratori. Dopo decine di anni di tentativi e numerosi fallimenti, la spedizione di Kavanov aveva trovato una regione periferica della Nebulosa in cui le polveri e i gas incandescenti erano più rarefatti e la navigazione era possibile.
Seguendo le linee di densità, Kavanov aveva rintracciato anche alcuni sistemi solari la cui esistenza era stata fino a quel momento celata e, man mano che avanzava verso l’interno e stabiliva avamposti sui pianeti abitabili che incontrava, si era accorto della grandezza della sua scoperta. Nell’ultimo tratto di quello che poi sarebbe stato chiamato il Tunnel, la squadra di Kavanov stabilì l’ultimo avamposto sul pianeta meno ospitale e più lontano toccato dalla sua spedizione. Lo chiamarono Longe e dopo averlo colonizzato con una semplice stazione radio automatica, partirono per l’ultimo passo e si smarrirono nelle polveri e nelle radiazioni.
Solo qualche decina di anni più tardi le spedizioni successive scoprirono l’ultimo tratto percorribile del Tunnel e sbucarono nell’interno della Nebulosa: una vasta cavità sgombra e popolata di stelle e sistemi abitabili arricchiti dei metalli pesanti e rari generati dall’immane esplosione di una gigantesca supernova che aveva spazzato le nubi verso l’esterno compattandole e rendendole un guscio scuro e impenetrabile. Di Kavanov però né loro, né le missioni successive scoprirono nulla e la sua sorte rimase oscura.
Per qualche istante Mallery aveva accarezzato l’idea di scappare dal cacciatore sprofondando nelle profondità della Nebulosa. Allontanandosi dal Tunnel e fuggendo verso regioni ad alta densità di polveri e gas, sarebbe stato perfettamente visibile all’inseguitore ma il comandante del Nibbio avrebbe potuto decidere di sospendere la caccia per tema di trovarsi, al termine della corsa, sperduto in mezzo al buio della Nebulosa.
Avrebbero il coraggio di seguirci fin la sotto? Fino a che punto sarebbero disposti a spingersi? Fino a fare la fine di Kavanov?, si chiese Mallery mentre constatava con disappunto che anche il Nibbio aveva allungato il passo e non solo non stava perdendo il contatto ma anzi sarebbe giunto a nel raggio d’azione delle sue armi in meno tempo di quanto precedentemente previsto.
“Il Guastafeste arriverà a tiro tra nove minuti e mezzo.”, annunciò Corie. “Ma le batterie si stanno scaricando. Siamo al 70% e con questi consumi saremo a secco tra meno di sette minuti”.
Kuboyama scosse il capo e si avvicinò al suo superiore:“Non funziona. Non vogliono lasciarci andare. Se continuiamo così rischiamo di trovarci senza energia proprio nel momento peggiore. E’ meglio fare economia.”
A che pro? Che alternative in più abbiamo con gli accumulatori carichi?
“Il Guastafeste allunga ulteriormente il passo. Tempo di arrivo previsto sei minuti e dieci secondi.”
Dall’altro lato della sala comando un uomo che fino a quel momento era stato curvo sulla sua console e non aveva detto nulla, alzò gli occhi verso il comandante e con voce nervosa gli disse: “I nostri sensori rilevano un’onda modulata sulla caratteristica del Nibbio. E’ una comunicazione vocale a 22 kHz. La vuole ascoltare?”
“Vai.”
Il sottoufficiale Dunant mosse velocemente le mani sul suo terminale e nella sala comando si sentirono dei fastidiosi fischi e l’uomo, sentendosi imbarazzato per lo sguardo interrogativo di tutti i presenti, si scusò dicendo: “La comunicazione e’ di pessima qualità. Ci sono molti disturbi ed e’ peggiorata dal tentativo del nostro computer di bordo di sfasarsi rispetto al Nibbio.”
Nel frattempo dai rumori irriconoscibili emerse una voce dal tono autoritario: “..regole di ingaggio ci consentono di aprire il fuoco su chiunque sia sospettato di atti di pirateria. Arrestatevi immediatamente senza spegnere i motori, disattivate i vostri armamenti e preparatevi per l’abbordaggio. Ogni altra azione verrà interpretata come ostile e ci costringerà all’uso della forza.”
“Aumentiamo il passo al 30%. Corie mi serve che calcoli la rotta più breve verso il fondo e il passo che dovremo tenere per arrivarci senza arrivare a portata del Nibbio senza considerare che anche loro potrebbero allungare il passo.” Mentre parlava, Mallery camminava lungo tutte le console rivolgendosi ad uno ad uno ai suoi sottoufficiali. “Dunant registra una comunicazione senza senso, cerca di renderla distorta abbastanza perché sia incomprensibile e spediscila al Nibbio. Langley accertati che le armi siano cariche e pronte. Tutte: anche gli acceleratori di materia. Ma nei tubi lancia siluri mettimi prima un piccione viaggiatore programmato per correre sul fondo appena Corie avrà finito i suoi conti. Lancialo appena possibile. Dì di prepararne altri due e star pronti alla programmazione.”
Nel fare il giro delle postazioni il comandante era tornato al punto di partenza a fianco del suo secondo, il quale gli rivolse uno sguardo interrogativo. I due fecero qualche passo per allontanarsi dagli altri e poter parlare privatamente.
“Ho intenzione di correre verso il fondo. Ci faremo precedere da un piccione viaggiatore tanto per essere sicuri di non immergerci troppo. Lungo la strada lanceremo gli altri piccioni dopo averli programmati per accendersi tra un po’, una settimana diciamo. Li useremo come fari per riemergere.”
“E’ una cosa molto pericolosa”
“E’ una cosa già provata e funziona con sufficiente affidabilità.”
“Potrebbero rimanere qui ad aspettarci. Che cosa ci rimarrebbe da fare una volta riemersi se ci trovassimo di nuovo di fronte a loro?”
“E che cosa possiamo fare ora se non ci immergiamo?”
“Possiamo affrontarli ora. Il morale e’ alto. Molto più alto di quanto sarà tra una settimana quando e se riemergeremo.”
“Dubito che possano tenere qui una nave di quella stazza solo per fare da guardia a noi. Probabilmente desisteranno. Potrebbero riuscire a farsi rimpiazzare da una corvetta. Contro quella avremmo molte più possibilità. Ma c’e’ anche da considerare che se Corie riesce a lavorare abbastanza velocemente e se riusciamo a tenere le distanze e guadagnare tempo, potremmo persino studiare una programmazione dei piccioni viaggiatori tale da consentirci di riemergere dalla Nebulosa in un posto abbastanza lontano. Tanto per evitare chi potrebbe essere rimasto qui ad aspettarci.”
Kuboyama rimase un attimo pensoso poi fece per parlare ma venne interrotto da Corie.
“Capitano, il Nibbio ha appena accelerato il passo. Avevamo quasi pareggiato la loro velocità ma la nuova ETA ora e’ due minuti e quindici secondi. Secondo i miei calcoli stanno bruciando tutte le riserve per raggiungerci. Li vedo sbandare parecchio ma tengono la rotta. Overjump del 55%.”
Si sentì un fischio in stanza, subito seguito da uno “Scusate.”. Mallery si volse verso Kuboyama e, inarcando un sopracciglio, disse: “Pare che questo cambi tutte le carte in tavola. Probabilmente sul fondo non ci arriveremo.”
Il volo spaziale e’ come il vecchio cinema ai primordi della storia umana: una successione veloce di tanti fotogrammi che creano l’illusione ottica del movimento. Allo stesso modo le astronavi non si spostano nello spazio ma scompaiono e riappaiono in posti diversi ad intervalli ravvicinati, saltando come un sasso sulla superficie di un lago e dando l’impressione di spostarsi. Se si vuole calcolare la loro velocità media – o fittizia – basta misurare la distanza tra la posizione iniziale e quella finale e dividerla per il tempo trascorso. Se si vuole calcolare la loro velocità istantanea si fa molto prima: e’ zero.
Ma l’analogia del sasso lanciato sull’acqua non finisce qui. Nel loro vagare le astronavi rimbalzando sulla superficie dello spazio tempo lo deformano proprio come il sasso sul lago. Queste increspature, associate all’emissione di particelle subatomiche di velocità infinita e rilevabili esclusivamente da un veicolo che non si trovi sulla superficie dello spazio tempo e cioè un veicolo che a sua volta sta saltando, sono proporzionali alla velocità della nave e alle sue dimensioni e dalla loro analisi e’ possibile determinare la “caratteristica” del veicolo in moto. Per questi motivi una nave che si sposta con propulsori newtoniani nello spazio normale e’ cieca ma allo stesso tempo invisibile ad una nave “in salto”.
Il volo spaziale moderno non e’ altro che una intricata e complessa equazione energetica. Per viaggiare serve energia e i generatori la forniscono, gli accumulatori la immagazzinano mentre i motori la consumano. Per usare in modo efficiente l’energia e per poter procedere con precisione lungo la traiettoria desiderata e’ necessario fare tanti salti di piccole dimensioni. Se si ha fretta si può aumentare la lunghezza dei singoli salti ma lo scotto da pagare e’ un consumo di energia crescente, un progressivo prosciugarsi degli accumulatori e una decrescente precisione nel calcolo del punto di emersione nello spazio. Insomma: si spende più energia per procedere come ubriachi, non in linea retta ma barcollando a destra e sinistra. In questo consiste “l’allungare il passo”.
Vi e’ anche una seconda tecnica di salto che consiste nel consumare tutta l’energia disponibile sulla nave e prosciugare gli accumulatori in un unico gigantesco salto alla cieca. Il “salto lungo” e’ considerato l’ultima spiaggia, l’ultima carta disperata da giocare e per questo non viene quasi mai adottato a cuor leggero anche se nei manuali di battaglia, per dare maggior fiducia agli equipaggi, vi era stato scritto “le probabilità di finire davanti ai cannoni del nemico con le batterie scariche e i sistemi informatici in stand by sono pari a quelle di finire nel centro di una stella”.
Non era molto rassicurante.
“Siamo a tiro delle loro armi, Signore.”, annunciò Corie dopo un lungo conto alla rovescia di sessanta secondi. Immediatamente dopo fu seguito dall’uomo alla sua destra: “Due nuovi contatti. Dalla caratteristica sono certamente siluri a 33 kHz. ETA 1 minuto e 12 secondi… ora!”
Il comandante fece velocemente partire il suo cronometro da taschino. Era un modello antico, a molla. Nei primi giorni di viaggio, in una cena cordiale con gli altri ufficiali, gli era stato fatto notare che la precisione con cui l’apparecchio poteva misurare il tempo era molto inferiore agli strumenti moderni e che anche i comandanti che non avevano rinunciato alla vecchia abitudine di misurare da sé il tempo non avevano certo voltato le spalle alla tecnologia e si erano affidati ad apparecchiature molto più piccole, precise e pratiche. Mallery non aveva spiegato perché, ma dal sorriso … che appariva sulle sue labbra tutte le volte che estraeva di tasca il suo cronometro, era stato chiaro a tutti i presenti che l’oggetto aveva per lui grande valore affettivo.
“Kuboyama, se ha idee o suggerimenti questo e’ un buon momento.”
“Salto alla cieca?”, rispose velocemente il secondo. Ma lo stesso Kuboyama si rese conto, nello stesso momento in cui stava parlando che la sua proposta era priva di valore. Saltare alla cieca con il 25% dell’energia degli accumulatori sarebbe valso solo a trovarsi a secco dopo un balzo decisamente corto.
“Corie a 25 secondi dal contatto voglio che spenga i motori.”
“Sì, comandante. Ah.. rilevato ora un terzo contatto.. e un quarto. Vogliono proprio impedirci di arrivare sul fondo. ETA 1 minuto e 3 secondi. 40 secondi ai primi due.”
“Tenetevi pronti, Signori.” Disse ad alta voce il comandante girando lo sguardo su tutti i presenti in sala. Le sue parole vennero riprese e amplificate in tutta la Sumter. “Appena saremo nello spazio normale accenderemo i motori a ioni. 30 secondi. Corie.. ora!” E colpì con il palmo della mano la spalla del sottoufficiale.
“Motori spenti, persi tutti i contatti. Siamo nello spazio normale.”
“Bene. Questo ci garantisce qualche decina di minuti di tregua. Riunione tra cinque minuti nel mio studio.”
Alla riunione avrebbero dovuto partecipare tutti gli ufficiali ma per motivi di spazio già cinque persone avrebbero fatto fatica a trovare una sistemazione comoda nello studio del comandante Mallery e inoltre molti ufficiali non avrebbero comunque potuto abbandonare le proprie postazioni in quel momento. Per questi motivi, già nelle crisi tattiche precedenti, era stata presa la decisione di limitare la presenza a Mallery, Kuboyama, il capo ingegnere della nave Murdoch e i due responsabili della navigazione Corie e delle armi Langley. In generale però agli ultimi tre era chiesto solamente di assistere nel caso in cui fossero necessari pareri tecnici e per applicare immediatamente le risoluzioni adottate al termine della riunione.
Nelle riunioni precedenti si era delineata spontaneamente questa scaletta e Mallery aveva dato chiari segnali ai suoi sottoposti perché la “tradizione” continuasse. Era quindi sempre il comandante ad aprire le discussioni illustrando brevemente la situazione attuale e i problemi che erano emersi, dopo di che si limitava ad ascoltare tutti i presenti a partire Kuboyama dalle cui labbra voleva sapere sempre come il suo secondo pensava di poter risolvere la situazione. Dopo il giapponese ad uno ad uno tutti quelli che potevano aggiungere dettagli, puntualizzazioni e precisazioni, erano chiamati a parlare. In genere il comandante ascoltava tutti ed annunciava le sue intenzioni. A volte la riunione si concludeva senza che Mallery avesse comunicato al suo stuff che strategia aveva intenzione di seguire. In ogni caso, una strategia veniva resa pubblica, era quasi sempre differente da quella proposta da Kuboyama.
“Bene. Faccio un breve riassunto della nostra situazione a beneficio di Murdoch. Siamo stati intercettati da un incrociatore dell’Alleanza, classe Nibbio. Abbiamo provato a correre verso il fondo, abbiamo anche lanciato un piccione viaggiatore..”
“Si, quello che ho programmato con i dati di Corie.”, lo interruppe l’ingegnere.
“..verso il fondo per scandagliarlo meglio e non affondare troppo ma per ora pare che non ci arriveremo facilmente. Ci hanno raggiunti usando tutta l’energia e hanno tirato quattro siluri. Siccome quando ci siamo fermati e siamo tornati nello spazio normale i siluri ci hanno persi di vista e’ ipotizzabile che stiano girando a vuoto attorno alla nostra ultima posizione senza rilevarci. Ovviamente appena accenderemo i motori ci individueranno in un istante e ci faranno a pezzi. Siamo fermi e bloccati e ora il Nibbio ha tutto l’agio di avvicinarsi e ricaricarsi.”
Il comandante fece una lunga pausa e guardò tutti i presenti negli occhi, uno ad uno mentre lentamente scandiva le sillabe della domanda “Cosa possiamo fare?”.
Calò un silenzio lungo e interrotto solo dal respiro pesante di Langley che si era attardato sul ponte ed era arrivato di corsa ma per ultimo alla riunione. Come era logico aspettarsi, il primo a parlare fu Kuboyama.
“E’ una situazione tattica studiata a fondo e sfortunatamente ci vede in forte svantaggio con un avversario così formidabile. Non abbiamo molte alternative. Dobbiamo aspettare trenta minuti, il tempo che i siluri impiegano per esaurire la propria energia e disattivarsi e poi possiamo riemergere ma il Nibbio sarà li ad attenderci, sempre più vicino. Sparerà altri siluri obbligandoci a nasconderci nuovamente e potrà avvicinarsi di nuovo. E così via fino a quando non potremo più evitare i suoi siluri o non potrà semplicemente incenerirci con i laser. Giocherà con noi al gioco del gatto e del topo e non c’e’ nulla che possiamo fare se non puntarlo subito e ingaggiarlo sperando in un po’ di fortuna.”
“Le tabelle del manuale ci danno perdenti al 90% in uno scenario di questo tipo.”, precisò Langley.
“Se iniziamo a giocare a nascondino non abbiamo alcuna speranza”, aggiunse Kuboyama.
“Ora che siamo nello spazio normale”, prese la parola Langley. “hanno perso i nostri contatti. Possono fare delle stime statistiche sulla nostra ultima posizione di rientro ma per trovarci dovranno prima raggiungerci – anche se mancava poco ormai – poi saltare attorno alla nostra posizione di emersione prevista. La procedura per trovarci potrebbe durare tra le dieci e le venti ore dipendentemente dalla bontà dei loro sistemi informatici e di rilevazione. Non possiamo fare stime sulla strategia che verrà adottata dal comandante del Nibbio. Una volta che ci avrà rilevato potrebbe decidere di avvicinarsi con i motori a ioni o saltare su di noi per finirci. Da parte nostra abbiamo già attivato tutti i sistemi per rilevare il Nibbio nello spazio normale. Ma e’ inutile che vi dica che hanno un notevole vantaggio sugli strumenti, sulla sorpresa e sugli armamenti.”
“Ho eseguito i calcoli richiesti”, prese la parola Corie. “E il fondo e’ risultato a circa 10-12 settimane luce. Poco meno di 10 ore di volo alla massima velocità. Non posso essere più preciso perché come già sapete il fondo e’ in costante movimento, sospinto dai campi gravitazionali delle stelle e dal vento solare. Questo ramo del Tunnel poi e’ uno dei più turbolenti. La notizia peggiore e’ che il tempo di volo previsto – le 10 ore – non tiene conto dei tempi necessari alle rilevazioni per evitare di finire inavvertitamente troppo in profondità. Una stima realistica e’ quindi superiore alle dieci ore.”
A questo punto nella sala calò un lungo silenzio. Tutti avevano parlato e avevano detto quello che pensavano di dover dire. Gli occhi dei presenti si spostarono sul comandante in attesa di un suo cenno o delle sue risoluzioni.
Kuboyama e’ sempre troppo avventato. Pensò Mallery. Ragiona come se la responsabilità non fosse sua. E infatti e’ così ma quando e’ chiamato a esprimersi e dare suggerimenti deve considerare che quello che dice, per essere utile, deve essere sensato e applicabile. Come posso rischiare la vita di tutti su una base del 10% di probabilità di sopravvivenza? Se fosse lui il comandante non farebbe nulla di simile. Se si rendesse conto delle conseguenze delle sue proposte probabilmente rimarrebbe lì impalato, incapace di spiccicare una sola parola per il dubbio di commettere qualche sbaglio. Eppure su una cosa ha ragione: se lasciamo che inizino la caccia al topo non abbiamo alcuna speranza. Ma come possiamo impedirlo?
E allora rivisse mentalmente tutti gli ultimi minuti dalla distruzione della Orion al primo contatto con il Nibbio, l’inseguimento, la corsa verso il fondo, l’accelerazione e il primo attacco. Il comandante del Nibbio si era comportato in modo inusitatamente aggressivo e questa sì che era una cosa interessante.
Non possiamo più sperare di arrivare al fondo ma da questo tentativo abbiamo capito qualche cosa del nostro avversario. E’ spregiudicato – al punto di inseguirci e spararci appena possibile senza alcuna prova concreta della nostra reale identità – e sembrerebbe avere una gran fretta. O forse si e’ innervosito di fronte al nostro tentativo di scappargli scomparendo nel fondo? Se rimaniamo nascosti possiamo guadagnare tempo ma per cosa? Le nostre batterie sono cariche ancora a metà mentre le loro devono essere quasi a secco. Hanno più da guadagnare loro da questa pausa mentre sicuramente sono già sulle nostre tracce e stanno saltando attorno a noi per rintracciarci con i rilevatori di massa. No, l’unica cosa che possiamo fare ora e’ tenerli sotto pressione, innervosirli, incalzarli.
“Ha ragione Kuboyama”, disse infine guardando il suo cronometro da tasca. Tutti si aspettavano un suo pronunciamento ma nessuno si attendeva quelle parole. “E’ ora di rispondere al fuoco. Tra circa undici minuti anche il secondo siluro dovrebbe essersi scaricato e noi potremo riemergere. Per allora voglio pronte alcune manovre evasive da attuare al volo. Avremo pochi istanti, una volta entrati in sequenza di salto, per rilevare il Nibbio, sparargli tutto quello che abbiamo e schizzare dall’altra parte dell’universo. Ma voglio anche una strategia di riserva. Murdoch torna giù e controlla che qualcuno programmi nuovamente quei piccioni viaggiatori. Voglio che li trasformi in rilevatori.”
“Rilevatori?”, chiese perplesso Murdoch.
“Si. Ora dobbiamo aspettare che i siluri nemici si spengano per emergere e vedere che sta succedendo. Al prossimo giro voglio avere quei piccioni viaggiatori modificati per fargli fare da rilevatori. Li lanceremo, li faremo saltare su se stessi il tempo sufficiente per rilevare gli altri oggetti in moto e poi li recupereremo o ci faremo trasmettere via radio il risultato. Quindi devi anche modificare la loro frequenza di salto per consumare meno energia.”
Murdoch annuì lentamente, guardò il comandante con sguardo assorto e infine, con un piccolo colpo di tosse, disse timidamente: “Il computer di bordo dei piccioni può fare queste cose in tempi tutto sommato brevi ma mi manca un apparato rilevatore. Per costruirlo ci vorrebbero giorni.”
“Per il momento smonta pure un paio di siluri. Se dovessero servirci altri piccioni modificati vedremo che fare.”
“Come frequenza di salto potrei portali a 20 Khz come la Sumter. Questo ci renderebbe la vita più semplice anche per sintonizzarci e acquisire informazioni.”
“Perfetto.”
“Comandante!”, insorse Kuboyama. “Ogni siluro ci e’ vitale. Il Nibbio ha più del doppio dei nostri siluri. Non possiamo permetterci di perderne nemmeno uno o rischiamo di avere ancora meno possibilità di vincere il confronto.”
“Preferisco sprecare qualche siluro piuttosto che emergere alla cieca”, tagliò corto Mallery. Poi si alzò, facendo capire a tutti che la riunione era terminata e con essa qualsiasi discussione e accompagnò i suoi ufficiali all’uscita del suo studio.
Trascorsi i trenta minuti dal lancio dell’ultimo siluro, il Sumter accese i motori e iniziò una sequenza di salto. Subito venne rilevata la traccia del Nibbio, che evidentemente era intento a rintracciare la sua preda saltando attorno al punto dove l’aveva vista scomparire nello spazio normale, e poco dopo i contatti di sei nuovi siluri ( il comandante del Guastafeste aveva fatto fuoco con tutto quello che aveva ) in veloce avvicinamento.
Seguendo una delle manovre precalcolate, il Sumter si fermò bruscamente ( per sparare un siluro bisogna arrestare la sequenza di salto, sganciarlo come un normale missile e rientrare in salto, una manovra che dura poco più di mezzo secondo ) per rispondere al fuoco con i due siluri che aveva nelle camere di lancio e subito intraprendere la manovra evasiva più adatta all’attacco convergente dei sei ordigni nemici.
Il Nibbio dovette a sua volta iniziare le manovre evasive per evitare i colpi dell’avversario e lo scontro si trasformò in una fuga generale di entrambe le astronavi. Prima il Sumter, poi il Nibbio, tutti e due gli avversari furono costretti a riemergere nello spazio normale e attendere che le armi automatiche scatenate contro di loro esaurissero le proprie riserve energetiche e si fermassero.
Il secondo round del combattimento era durato in tutto circa venti secondi.
Bene. Pensava il comandante Mallery mentre consultava i monitor nella sala di comando. Tutto attorno a lui c’era una frenetica attività mentre venivano stilati i rapporti tattici di quei venti lunghi e interminabili secondi. Siamo sopravvissuti e il Guastafeste ha avuto la sua doccia fredda. Pensavano di doverci scovare e che ce ne saremmo stati acquattati al buio ma li abbiamo sorpresi e li abbiamo costretti a schivare i nostri siluri. Niente di pericoloso per loro. Avevano dei buoni margini per evitarli e non e’ mai stato uno scontro veramente pericoloso per nessuno dei due. Ma sarà interessante vedere come questo cambierà il loro modo di agire.
Quando aveva frequentato l’Accademia su Asrtrakan, il suo istruttore tattico, un ufficiale a riposo che aveva combattuto numerose delle guerre con cui i mondi della Nebulosa si erano guadagnati l’indipendenza dai mondi esterni, gli aveva impartito lezioni che solo molti anni dopo avrebbe capito. Il vecchio aveva paragonato le grandi battaglie tra schiere di astronavi alla danza di due ballerini e lo scontro tra due singoli vascelli una partita a carte in cui spesso il vincitore non era quello con la mano migliore ma il più determinato e scaltro, quello che meglio riusciva ad interpretare le intenzioni dell’avversario e a prevedere mosse e contromosse. Aveva paragonato quella situazione ad una partita a scacchi giocata col pensiero tra due avversari seduti al tavolo dal gioco e che fissano intensamente la scacchiera senza muovere un pezzo ma costruendo strategie sulle mosse che immaginavano sarebbero state fatte dal nemico.
Devo essere una grande delusione per il vecchio. Rise mentalmente Mallery. Mi e’ capitato di pensare a cosa avrei fatto se fossi stato il comandante del Nibbio ma non mi sono mai veramente immedesimato in lui. Non ho mai considerato l’intera vicenda dai suoi occhi, con i suoi ufficiali e i suoi marinai pronti a giudicarmi per ogni parola, per ogni stallo, per ogni insuccesso contro un nemico nettamente inferiore.
Fu proprio pensando queste cose che si rese conto che forse parte dell’impazienza e dell’aggressività del Nibbio era dovuta proprio allo stato d’animo confuso del suo comandante. Allora forse non avevano compreso a fondo la natura del loro avversario. Dal loro punto di vista il Sumter altri non era che un vascello commerciale che poteva rappresentare un pericolo per il traffico dell’Alleanza nel Tunnel, sia perché poteva avere imbarcato rudimentali armamenti sia perché poteva avere collaborato attivamente, come nave spia, per fornire informazioni e appoggio logistico ad altre navi corsare. Forse non avevano compreso che a tutti gli effetti il Sumter era una nave da guerra – di piccole dimensioni – in uno scafo commerciale, con strumentazioni, armi ed equipaggio militare. Probabilmente dopo due scontri il dubbio si era insinuato nelle loro menti e il loro avversario era finalmente parso troppo insidioso per non mettere in discussione l’ipotesi iniziale di avere a che fare con una nave civile armata.
Se da una parte queste considerazioni gettano una luce di chiarezza sull’intera vicenda e ci danno la chiave per interpretare forse il loro comportamento nelle prossime ore, e’ anche vero che abbiamo perso una grande opportunità. Il nostro avversario era vulnerabile e non abbiamo colto l’occasione. Ora tutto sarà più difficile e averli messi in difficoltà probabilmente li renderà più cauti e sospettosi. Ma questo a sua volta potrebbe aumentare le nostre possibilità di raggiungere il fondo o intaccare la loro determinazione a distruggerci.
“Prendili di sorpresa, innervosiscili.” Gli aveva detto l’istruttore nelle simulazioni di combattimento “Se puoi, tendi loro una o più trappole. Se anche non dovessero cascarci avrai limitato il loro raggio d’azione. Oppure aspetta che commettano un errore e colpiscili con tutta la tua forza. Quando si scontrano due flotte, dopo che gli strateghi hanno deciso dove e quando affrontarsi, tutto e’ demandato alle macchine e agli algoritmi di guerra. Ma il combattimento tra due singole navi sono ancora i comandanti a decidere e a fare la differenza.”
Il nervosismo nella sala comando era palpabile. Al centro della sala qualcuno aveva programmato un pannello perché mostrasse il conto alla rovescia allo spegnimento dei quattro ordigni lanciati dal Nibbio e alla ripresa delle ostilità. Mancavano pochi minuti ormai.
Kuboyama si avvicinò al superiore e a bassa voce gli disse: “Comandante, dall’armeria ci avvisano che hanno completato i lavori sul primo piccione ma per il secondo ci vuole ancora tempo. Ormai e’ sicuro che per questo round dovremo farne a meno. Ci avvisano inoltre che per vari problemi e’ stato necessario, come le era stato comunicato precedentemente, smontare un terzo siluro.”
Visto che le sue parole avevano avuto l’unico effetto di far annuire Mallery, il secondo in comando proseguì: “Le nostre riserve di siluri si assottigliano. Ne abbiamo usati tre e rovinati altri tre. Ce ne restano solo diciotto mentre il Nibbio dovrebbe averne ancora fino a 80.”
“Si, i conti tornano” Rispose semplicemente il comandante guardando fisso negli occhi il suo secondo il quale non si perse d’animo ma anzi lo incalzò: “Una simile disparità non fa che peggiorare le nostre già esigue possibilità.”
“Questo dicono le tabelle di ingaggio sul manuale”, rispose il comandante tornando a fissare i monitor come per dare significare di voler cessare la discussione. Ma a Kuboyama questo segnale sfuggì perché il giapponese, dopo essersi morso il labbro inferiore, disse tra i denti: “Potevamo sparare un solo siluro invece di due.”
“Adesso basta Kuboyama. Privatamente avrei potuto anche accettare una discussione in questi termini e avrei tollerato le sue critiche. Ma non qui ed ora, in mezzo all’equipaggio in un momento così critico.”
“Si.”
“E’ un bene che lei abbia le sue idee e voglia proporle. Mia iuta a vedere la situazione da un punto di vista differente.”
“Si.” Rispose Kuboyama con espressione riluttante e mortificata.
“Si e’ mai chiesto come mai e’ stato messo qui?”
“Qualche volta.” E, vedendo che il comandante lo fissava con un’espressione meno dura, decise di rispondere alla domanda che gli era posta implicitamente. “Prima della guerra ho frequentato l’accademia di comando per salire di grado. In situazioni normali sarei stato assegnato come sottocomandante in un’unità impegnata nelle retrovie. La carneficina di Mivar deve aver accelerato la mia carriera.”
“E non poco. Come quella di tutti i sopravvissuti.”
“Mi sono offerto volontario per qualunque incarico rischioso. Immaginavo che il comando avrebbe progettato azioni nelle retrovie nemiche anche se non avevo capito a cosa esattamente stavano mirando. Sinceramente mi aspettavo azioni di sabotaggio e incursioni in profondità nello spazio dell’Alleanza. Mi sbagliavo.”
“Tutto questo e’ vero. Ma come lei centinaia di persone si sono offerte come volontari. La domanda esatta e’: come mai proprio lei e’ stato mandato qui?”
Kuboyama tacque. Evidentemente il comandante già sapeva tutto del suo sottoposto. Aveva letto la sua cartella. Quindi rispondendogli così non aveva rivelato nulla di nuovo e non aveva detto nulla che potesse soddisfare la richiesta di Mallery.
“Lei e’ qui per il suo carattere. Lei e’ aggressivo. Non a caso nella sua mente aveva formulato una strategia fatta di sabotaggi e incursioni. Nei vecchi eserciti della storia dell’umanità lei sarebbe stato un perfetto comandante di un’unità di guastatori.” Fece una pausa per dare maggiore forza alle sue parole e quando sul viso di Kuboyama comparse una vaga sfumatura di soddisfazione ed orgoglio, colpì duro: “Queste qualità non servono a nulla ad un comandante. Sotto certi punti di vista sono persino negative. Non siamo qui per sacrificarci in una missione suicida. La nostra missione prevede che si riesca a rimanere vivi abbastanza a lungo da impedire un volume di traffico commerciale nemico tale da giustificare le energie spese per armare questa nave, preparare l’equipaggio e spedirci qui distogliendoci dal fronte dove i nostri stanno lottando col sangue per non venire spazzati via.”
“Certo.”
“Kuboyama, guarda Murdoch.” Disse Mallery passando improvvisamente ad una forma amichevole. Non aveva mai dato del tu a Kuboyama anche se il primo giorno del viaggio lo aveva invitato in cabina e gli aveva offerto da bere. “Potrebbe essere capo ingegnere in un cantiere di Astrakan. E potrebbe contribuire enormemente allo sforzo bellico. E’ capace, intelligente, lavora sodo e sa motivare i suoi uomini. Non mi sorprende che si sia offerto volontario. Dopo Mivar penso che tutti gli uomini abili abbiano compilato quel modulo. Mi sorprende che sia stato portato qui. Questo dimostra che l’alto comando ha fiducia nella nostra missione sia per le possibilità di riuscita che per i risultati. Ci hanno dato ottimi uomini. E appurato che tu non saresti un buon comandante si torna alla domanda di prima. Perché hanno scelto proprio te? Perché proprio per questo incarico?”
“Non ho mai cercato di dare una risposta a questa domanda.”
“Io invece me la sono posta spesso. Non sempre in questi termini, ovviamente. Riferita a tutti i membri di questo equipaggio. Perché tu? Perché io? Perché gli altri? Credo che abbiano cercato di mettere su questa nave tutte le risorse possibili e caratteri ed energie differenti per dare dinamicità e la capacità di affrontare qualunque difficoltà. Nello specifico, riguardo la tua presenza qui, credo che abbiano voluto compensare la mia prudenza con il tuo slancio, il mio carattere riflessivo con la tua irruenza. Credo che la risposta, la conferma o la smentita a questa mia teoria, arriverà a tempo debito. Fino a quel momento dovrai fare il buon secondo come ogni tanto, ma non sempre, hai fatto fino ad ora. Ricordati solo di non scambiare la pazienza con la mancanza di carattere.”
Una decina di ore dopo, mentre giocava a carte e si gustava una bevanda analcolica con il suo amico Joseph Dunant, Kubayama stava ancora meditando sulle parole del comandante. Improvvisamente, cambiando argomento, aveva posto al suo interlocutore la domanda “Secondo te sarei un pessimo comandante?”. Dunant non aveva subito risposto e aveva cercato di scherzare ma visto che il giapponese si era fatto serio, aveva cercato di rispondere con sincerità: “Sei molto irruente e bellicoso. Forse nelle tue vene scorre ancora il buon sangue dei tuoi antenati. Il che può essere sia una benedizione che una maledizione. Però penso che potresti essere un buon comandante se imparassi da Mallery.”
“Comandante, mancano sessanta secondi.”
La conversazione tra Kubayama e Mallery si interruppe improvvisamente e i due si avvicinarono alle postazioni di navigazione e tiro.
“Ho aspettato fino all’ultimo” Iniziò il comandante. “sperando che i piccioni viaggiatori modificati di Langley fossero pronti ma non abbiamo avuto abbastanza tempo. Quindi dovremo improvvisare in questo terzo round. Voglio che la Sumter voli via con un passo maggiorato del 35%. Avremo pochi istanti per ogni azione visto che ormai ci sono addosso. Dovete fare tutto all’istante. Ho fiducia in voi. Coraggio.”
“Dieci secondi, comandante.” Annunciò Kubayama.
I successivi secondi trascorsero lentamente mentre un silenzio carico di tensione scendeva sulla sala comando. Ogni persona reagiva a modo suo al nervosismo e all’attesa. Corie continuava ad asciugarsi i palmi della mano sui pantaloni. Il suo maggior timore era essere tradito nel momento peggiore e non essere abbastanza veloce nell’impartire i dovuti comandi al computer di bordo. Dunant era di gran lunga il più nervoso. Molto probabilmente la sua parte nei prossimi fatidici minuti si sarebbe limitata a quella di spettatore impotente e, come sempre accadeva in queste circostanze, si sentiva come un animale in gabbia e avrebbe desiderato essere ovunque ma non lì, nella sala comando, dove avrebbe potuto seguire con precisione ogni istante e comprendere con largo anticipo la sorte infausta della nave e di tutto l’equipaggio, senza poter far nulla per impedirla.
“Accendiamo i motori” Ordinò il comandante allo scadere del conto alla rovescia.
“Motori accesi. Nessun contatto. Siamo soli per ora.”
“Bene. Non ci rilassiamo. Evidentemente sono stati cauti e hanno deciso di aspettare più di noi. A breve accenderanno i motori. Continua a dirigerti sul fondo ma accorcia il passo. Voglio risparmiare le batterie.”
“Allora devo abbassare al 3%”, disse Corie.
“Bene. Fallo.”
Proprio in quel momento sui monitor comparve un grosso contatto. Subito si accesero gli allarmi mentre Langley urlava “Comandante sono davanti a noi! Gli stiamo andando addosso!” e Kuboyama si sedeva accanto al navigatore per dargli assistenza per ricalcolare la sequenza di salto.
“Gira immediatamente, Corie. Torniamo indietro.”
“Ho iniziato i calcoli per le manovre evasive, comandante.” Disse Kuboyama. “Abbiamo solo venticinque secondi di vantaggio ora.”
“Ma perché non sparano? Non importa. Langley due colpi appena puoi.”
“Ho già pronti tutti i dati.”
“E allora spara per Dio!”
Langley diede il comando e i monitor di posizione si spensero per mezzo secondo mentre Kuboyama e Corie continuavano frenetici i calcoli per le manovre evasive. Lanciati i due siluri la nave tornò in sequenza di salto e i monitor si riaccesero.
“Dodici secondi di vantaggio. Stanno correndo pancia a terra contro di noi.” Disse Kuboyama mentre inseriva gli ultimi dati nel terminale. “Computer di navigazione pronto.”
Gli occhi di tutti si fissarono sul comandante e poi sul monitor e ancora sul comandante. Il Nibbio era in continuo recupero e stringeva le distanze mentre a loro volta i due siluri del Sumter lo avevano superato, si stavano allineando sulla frequenza della loro preda e stavano per tornare sui loro passi per inseguirlo.
Cacciatore e preda continuano a invertirsi i ruoli. Pensò Mallery. Niente gioco del gatto e del topo per voi del Nibbio.
Poi, improvvisamente, il Guastafeste scomparve dagli schermi e, uno ad uno, comparvero tre piccoli contatti. Tre secondi dopo il Nibbio, avendo riacceso i motori, tornò sul monitor, preceduto dai sui ordigni e seguito da quelli del Sumter in quello che pareva un assurdo gioco da bambini.
Mallory ebbe solo un istante per comprendere la situazione ma mai come in quel momento si rese conto di come la durata di un solo istante potesse dilatarsi. Vedeva i contatti sul monitor, i simboli grafici e i dati in continuo aggiornamento sui display. Mai come in quel momento si rese conto di riuscire ad intuire la realtà insita nei simboli grafici e matematici dei vettori e delle proiezioni tridimensionali.
Un misto di fortuna, audacia e sfrontatezza aveva portato il comandante del Nibbio proprio sulla rotta di fuga del Sumter. Forse ci era arrivato di corsa, inseguito dai due siluri sparati nel secondo round dalla sua preda, forse ci era arrivato per caso, saltando alla disperata mentre cercava di sfuggire alle armi micidiali che gli erano state scatenate contro. Ma quando aveva riacceso i motori aveva mostrato di saper osare e si era fatto sotto per sparare i propri siluri quanto più possibile vicino alla sua vittima e non aveva rinunciato, nonostante fosse inseguito dalle armi dell’avversario, a rimanere in salto per poter “vedere” l’esito del proprio fuoco, per inquadrare il Sumter mentre veniva dilaniato dalle testate termonucleari. In quel breve istante Mallery ammirò il suo avversario e per un attimo sperò di potergli parlare e complimentarsi, di stringergli la mano come alla fine di una partita di scacchi.
Poi l’attimo passò e Mallery si ricordò che non ci sarebbero state strette di mano. Al termine di quello scontro una delle due astronavi sarebbe stata ridotta in briciole e l’altra sarebbe stata salva fino al prossimo combattimento. Non era pronto per rischiare tutto. Non era pronto per morire. Vi era una sola possibilità per rimettere forse tutto in discussione in circostanze diverse, anche se magari sarebbe stato solo un procrastinare l’inevitabile.
“Overjump, ora!” Urlò il comandante.
“Non abbiamo nessun calcolo pronto” Protestò Corie.
“Non discutere!” Rispose con rabbia Mallery. E con sua sorpresa si accorse che mentre Corie si attardava, Kuboyama aveva già inserito velocemente i dati nel terminale e stava togliendo la sicura al pulsante del salto d’emergenza. Dall’altra parte della stanza si sentì Dunant dire con voce strozzata “Oh mio Dio!”. Poi il giapponese premette il tasto e le luci si spensero.
Il moto a salti del volo spaziale era troppo difficile per essere spiegato in termini tecnici e matematici. Ed era spesso ritenuto inutile che un militare, anche se ufficiale di alto grado e comandante di un vascello spaziale, ne comprendesse l’essenza. Era opinione comune che fosse meglio dedicarsi ad altre materie piuttosto che perdere tempo con la matematica e l’algebra necessarie per descrivere il modello fisico dei salti.
Per questi motivi spesso si ricorreva ad una serie di metafore più o meno riuscite e le si accostava ad una serie di nozioni di base che in qualche modo potevano essere sufficienti per le esigenze di qualunque comandante spaziale.
In particolar modo a Mallery era sempre piaciuta la metafora del lenzuolo.
“Ipotizziamo di prendere un lenzuolo molto grande.”, gli aveva spiegato il suo istruttore tecnico. “Per esempio un lenzuolo per letti matrimoniali. E immaginiamo che quattro persone lo afferrino ai quattro angoli. Appoggiamo al centro del lenzuolo un sasso e immaginiamo di doverlo spostare senza toccarlo ma solo facendolo saltare tirando i quattro angoli. Vedrete che il sistema migliore consisterà nel cercare di sincronizzarsi e far fare al sasso tanti piccoli salti verso uno dei bordi. Maggiore forza daremo nel tirare il lenzuolo tanto più in alto il sasso volerà ma allo stesso tempo sarà difficile spingerlo nella direzione desiderata.
“Il volo spaziale e’ molto simile. Le astronavi saltano come sassi facendo tanti piccoli rimbalzi e usando l’energia dei generatori in modo efficiente massimizzando la spesa in relazione allo spostamento. All’aumentare delle forze in gioco sul nostro lenzuolo, il sasso vola sempre più in alto ma quando atterra non arriva quasi mai dove vogliamo spingerlo. Le astronavi allungando il passo tendono ad uscire dalla rotta e devono aggiustarla continuamente spendendo altra energia oltre a quella sempre maggiore necessaria ai salti allungati.
“L’overjump e’ come dare un colpo fortissimo al lenzuolo in tutti e quattro gli angoli, consumando tutta l’energia dei generatori, facendo volare il sasso molto in alto. Ma quando il sasso scende può rimbalzare ovunque. Può tornare anche al centro del lenzuolo. O può cadere a terra.”
Nella sala comando non era calato solo il buio ma anche il silenzio. Tutti i presenti trattennero il respiro quasi temessero che il loro cacciatore potesse sentirli e scatenare contro di loro tutta la furia delle sue armi. Nella mente di qualcuno balenò per qualche istante il timore che qualche cosa fosse andato storto, che il salto avesse prosciugato completamente gli accumulatori e che i generatori si fossero spenti condannando l’equipaggio ad una lenta morte per soffocamento in un relitto buio e senza vita.
Ci vollero solo pochi secondi ma furono interminabili. I sistemi iniziarono a riavviarsi e le luci d’emergenza si accesero non appena venne ripristinata abbastanza energia da permettere l’accensione di tutte le strumentazioni. La nave sarebbe rimasta cieca, sorda e paralizzata a lungo. Ma almeno i suoi occupanti poterono liberare il loro animo dalle peggiori paure.
“Comandante i sistemi stanno tornando online.” Annunciò Dunant. “Abbiamo bisogno di qualche minuto per i primi calcoli trigonometrici per stimare la nostra posizione. La buona notizia però e’ che non siamo finiti nella nebulosa. Dall’osservatorio vedono le stelle del Tunnel.”
“Corie?”
“Sto riguardando i dati raccolti dal computer fino al momento del salto lungo. Il Nibbio era inseguito dai nostri siluri ma aveva ancora un buon margine. Probabilmente una decina di secondi. Non credo proprio che sia stato distrutto. Quasi sicuramente ci ha visti saltare e ha rilevato il nostro rientro. Abbiamo speso un buon 50% dell’energia. Deve essere stato un rientro particolarmente visibile a meno che non siamo usciti dal loro raggio di rilevazione ma con metà energia e’ improbabile. Se siamo ancora nel loro orizzonte visivo conoscono la nostra posizione con l’approssimazione di una ventina di chilometri. Insomma dovrebbero cercarci in uno spazio di 8000 km cubici. Probabilmente non dispongono di abbastanza mine per saturare questo volume con testate termonucleari. Penso debbano avvicinarsi.” Corie esitò. “Le chiedo scusa per prima, comandante.”
Malley non disse nulla ma andò accanto al suo secondo e gli diede una pacca sulla spalla.
“Ottimo lavoro Kuboyama. Adesso scendi da Murdoch e digli che non ho intenzione di aspettare oltre. Voglio un terzo piccione viaggiatore configurato come gli altri ma con pronta anche la programmazione per arrivare fin nel territorio dell’Unione.” A queste parole il giapponese annuì e corse verso le fucine.
I successivi minuti trascorsero molto lenti per il comandante mentre il resto dell’equipaggio era intento a calibrare tutte le strumentazioni e rimettere in linea i servizi di bordo. Dopo ogni salto ogni cosa andava controllata perché il sovraccarico dei motori poteva compromettere l’integrità dei sistemi di bordo.
Non credo troveranno nulla di guasto, pensò Mallery, e comunque, anche se dovessero rilevare dei problemi a qualche apparato, difficilmente saremo in grado di ripararlo prima dell’inizio del prossimo scontro. Ma e’ meglio lasciarli lavorare piuttosto che tenerli in attesa di una fine che potrebbe arrivare improvvisamente ed essere istantanea. Tutto dipende da cosa hanno fatto e da quanto efficaci si sono rivelati i nostri siluri. Se abbiamo avuto fortuna hanno bloccato il Nibbio e lo hanno costretto a rientrare nello spazio normale immobilizzandolo per mezz’ora. Se siamo stati sfortunati il Guastafeste sta già venendo a prenderci. E noi per ora siamo inermi.
Dunant interruppe i suoi pensieri: “Comandante dalla fucina Kuboyama riferisce che il secondo piccione viaggiatore e’ pronto e che stanno aprendo il terzo. Dicono che hanno bisogno di una decina di minuti e saranno pronti al lancio. Inoltre Murdoch ha detto che e’ riuscito a programmarli per ricevere ordini da remoto.”
“Perfetto. Dì a Kuboyama di portare i piccioni già pronti nelle camere di lancio e di tornare qui quando e’ sicuro che tutti stia andando come progettato.”
Mentre parlava, nella sua mente stava prendendo corpo un’idea. Si rivolse a Langley: “Quale e’ la risoluzione dei nostri sensori di bordo? O meglio: quanto sono capaci di risolvere diversi oggetti ravvicinati tra loro?”
“E’ difficile che i sensori vengano ingannati dalla vicinanza di due corpi in sequenza di salto. I sistemi di rielaborazione dati invece possono accorpare oggetti vicini se non sono adeguatamente tarati. E’ quello che succede quando si vola in formazione ristretta. Infatti si perde più tempo a tarare i monitor che a organizzare la rotta e coordinarla con i sistemi di guida della flotta.”
“Dunant richiama Kuboyama e digli di mettersi a lavorare su altri piccioni viaggiatori… anzi no di smontare e programmare un paio di siluri. Li devono alleggerire per dare maggiore autonomia quindi possono togliere la testata se hanno abbastanza tempo.”
“Comandante, i due piccioni sono pronti per il lancio.” Disse Langley.
“Sparali e attiva il programma di rilevazione del Nibbio. Non farli allontanare. Dobbiamo poterli recuperare nel minor tempo possibile visto che non ne possiamo perdere nemmeno uno. Corie, intanto che i sistemi di guida e i motori si allineano, vieni a darmi una mano con questi calcoli.”
“Comandante” Disse Corie mentre si avvicinava alla console dove Mallery stava lavorando da qualche minuto. “mi permetto di ricordarle che così daremo loro la nostra posizione esatta e non dovranno nemmeno cercarci.”
“Con il salto che abbiamo fatto, se non siamo usciti dal loro raggio d’azione, cosa molto improbabile, sanno già abbastanza bene dove siamo. Accenderei i motori e guarderei personalmente dove stanno se soltanto non fossimo a secco. Adesso mi serve una mano con queste equazioni.”
I due piccioni viaggiatori uscirono dalle camere di lancio, si allontanarono di due chilometri e accesero i motori contemporaneamente per solo qualche secondo saltando da fermi e cioè rientrando nello spazio normale nella stessa posizione da cui erano partiti. Al rientro comunicarono i dati delle rilevazioni effettuate e il computer di bordo proiettò sugli schermi l’immagine del Nibbio in lento avvicinamento.
“Otto ore luce. Viaggiano a 50 c.”, annunciò Langley che si era spostato sulla console di Corie.
“Pare che ci siamo spostati un bel pò, signore.” Aggiunse Dunant. “Dall’osservatorio confermano che abbiamo viaggiato circa tre settimane luce col salto lungo.”
Abbastanza per riaccendere la nave prima dell’ultimo round. Non abbastanza per seminare il Nibbio.
“Bene, Langley.” Disse Mallery. “Tieni in funzione quei piccioni viaggiatori. Non c’e’ rischio che si scarichino. Immagino che tra venti minuti sarà già tutto finito”
“Si, comandante. Il Nibbio accelera. Sono passati a 75c. O sono cauti o hanno finito anche loro le batterie.”
Probabile. Perché non si spiega come abbiano potuto sorpassarci prima. O hanno avuto tanta fortuna o hanno spremuto tutta l’energia dei loro motori per scavalcarci e rientrare nello spazio normale prima di essere raggiunti dalle nostre testate.
“Fai rientrare un piccione. Ormai abbiamo una visione abbastanza chiara. L’altro deve girare attorno a noi ah.. mmh.. dieci chilometri. Corie cosa dicono i tuoi calcoli?”
“Comandante ho dovuto fare molte approssimazioni e stime. Spero di non aver sbagliato nulla” Rispose il sottoufficiale con aria affranta. “Quattro leggeri o tre carichi. Dio solo sa se funzionerà anche solo per un secondo.”
“Va bene così. Dunant chiama Kubayama e digli di rimettere le testate nei siluri e di appesantire un piccione fino a raggiungere la massa di un siluro carico. Digli che non deve essere un lavoro fino. Deve solo essere dannatamente veloce. Quando hanno finito li devono programmare perché si accendano sincronizzati e volino in formazione allontanandosi da noi in direzione opposta a quella del Nibbio. Langley punta gli acceleratori di massa e prepara a far fuoco.”
Dunant annuì perplesso e si mise a trafficare col microfono mentre Corie richiamava l’attenzione di Mallery sui display. Poco dopo nella fucina si lavorava febbrilmente a rimettere le testate nei siluri disarmati. Con un certo humor nero, a Kubayama venne in mente un’antica battaglia combattuta sulla terra dai suoi antenati e di come le sorti dello scontro fossero dipesi dall’indecisione dell’ammiraglio che aveva seguitato a far montare e smontare le armi sul ponte della sua portaerei. Quando il nemico aveva colpito, si era innescata una reazione a catena che aveva portato all’annientamento dell’ammiraglia della flotta e aveva segnato l’inizio la disfatta.
Qualche minuto più tardi i due siluri modificati e il piccione vennero introdotti nelle camere di lancio e sparati nello spazio. I tre ordigni accesero i piccoli motori a reazione e si misero in formazione ristretta, vicini tra di loro solo qualche metro, mentre i loro computer di bordo ricevevano gli ultimi brandelli di programmazione da parte dell’elaboratore della Sumter e i loro motori si coordinavano per saltare in fase.
“Kubayama dice che e’ tutto pronto, comandante. Anche Murdoch ha dato il suo ok.” Annunciò Dunant.
“Aspettate. Non e’ ancora il momento.” Disse Mallery.
Una sola possibilità. Pensò. Tutto si giocherà in uno o due secondi.
Poi guardò il monitor e il lento avvicinarsi del Nibbio che, nell’ultimo tratto del suo percorso, aveva rallentato come una tigre che si prepara all’ultimo balzo verso la preda ignara. Ma il Sumter non era cieco. Al contrario il suo comandante sapeva molte più cose del suo avversario. Poteva vederlo arrivare, grazie al piccione viaggiatore. Poteva vedere sui monitor i tre segni allineati del Nibbio in avvicinamento, del Sumter fermo nello spazio con motori spenti e dei tre siluri in attesa del segnale radio che li avrebbe fatti partire verso il fondo e, attorno al Sumter, in un’orbita tanto perfetta da sembrare il cerchio di un mirino, il piccione rilevatore.
Siamo più deboli ma siamo riusciti a guadagnare il tempo necessario per studiare il nostro avversario e conoscerne il modus operandi. Abbiamo anche distrutto una buona parte delle nostre armi per poterlo vedere mentre arriva a dare la zampata finale.
Poi pensò al comandante del Guastafeste. Stava avanzando allo scoperto, conoscendo abbastanza bene la posizione del suo nemico, sapendo che si stava nascondendo ma che a poco gli sarebbe valso il rifugio dello spazio normale se non ad allungare la caccia di qualche minuto. Allo stesso tempo però non poteva non essere innervosito, o forse persino impensierito, dal fatto che il suo nemico non si era del tutto sprofondato nella tana ma era riuscito a lanciare un’occhiata e a vederlo arrivare.
Se si vuole ritirare questo e’ l’ultimo appello. Ma forse già da tempo non ha alternative senza compromettere il suo comando. Aver trascinato per tante ore la sua nave in una lotta impari senza riuscire a concluderla positivamente, potrebbe essere fatale alla sua carriera. Rischierà tutto o sarà prudente?
La risposta non tardò ad arrivare.
Il Nibbio percorse gli ultimi secondi luce a velocità sempre più ridotte fino ad arrestarsi, senza spegnere i motori, a trenta chilometri dal Sumter. La stima di Langley si era rivelata quasi perfetta. Ma il Guastafeste sarebbe rimasto invisibile all’occhio nudo finché non fosse rientrato nello spazio normale.
Nella sala, mentre il Nibbio si stava avvicinando, era calato un completo silenzio. Ora, con il cacciatore a così breve distanza dalla sua preda, improvvisamente la tensione si sciolse.
“Cosa diavolo aspetta?” Chiese Corie.
“Non vedo nessuna attività di ricerca. Se ne stanno li, saltando da fermi, senza rientrare nello spazio normale.” Aggiunse Langley.
“Aspettano qualche cosa.” Propose Dunant.
“O forse non sanno cosa fare.” Concluse Corie.
“Un momento vale l’altro. Finiamola qui ed ora.” Annunciò il comandante Mallery mentre si avvicinava alla postazione del sottoufficiale alle armi. “Dunant dì a Kubayama di far partire i siluri. Li voglio veder volare a 130c. La nostra velocità massima.”
Dunant bisbigliò qualche cosa nel microfono e immediatamente sul display con i dati trasmessi dal piccione rilevatore si vide un grosso contatto comparire e muoversi verso il fondo, allontanandosi dal Sumter e dal Nibbio. Quest’ultimo scomparve dai monitor subito dopo.
E comparve nel grande oblò che costituiva un quarto del perimetro circolare della sala comanda. Persino ad occhio nudo, dalla distanza di trenta chilometri, il Nibbio era uno spettacolo incredibile: quasi cinque milioni di tonnellate in una gigantesca struttura di acciaio e leghe speciali, potentissimi generatori nucleari, motori e cannoni, distribuite in un colosso lungo quasi due chilometri.
Non era mai stato il gioco del gatto e del topo perchè il Nibbio, in confronto al Sumter, era più simile ad un maestoso e terribile leone. Per un attimo a tutti mancò il fiato. L’attimo successivo, mentre Corie urlava “Sparano!”, Mallery diede il comando “Fuoco!” e, senza aspettare Langley, premette con il pugno chiuso il pulsante rosso dei cannoni.
I due colpi del Sumter avevano impattato sull’incrociatore ad un quarto di strada tra prua e poppa e l’energia cinetica aveva prodotto orribili squarci, lacerando la corazza, lo scafo e scardinando la struttura interna. Dopo qualche secondo il Nibbio si era diviso in due tronconi. Il più piccolo, in veloce rotazione antioraria, aveva velocemente perso tutta l’atmosfera e si era rivelato una trappola mortale.
Nella poppa, che aveva preso a ruotare lentamente in senso orario mentre si allontanava dal Sumter, era stato invece possibile prestare soccorso a dodici marinai prima che il freddo dello spazio completasse l’opera di morte iniziata dall’uomo.
Forse, aveva pensato con amarezza Mallery, se i soccorsi fossero stati più veloci avremmo potuto salvare qualche persona in più. Non il comandante Delgado. Lui si trovava nella sala comando a prua e deve essere sicuramente morto nell’impatto o subito dopo.
Ma l’equipaggio del Sumter aveva avuto il suo daffare perché Delgado aveva agito con diabolica velocità. Quando la sua nave era emersa nello spazio normale per lanciare quattro siluri contro il contatto che credeva essere il Sumter, aveva subito compreso la trappola in cui era cascato e aveva fulmineamente azionato i quattro raggi laser da 100 Megawatt. Fortunatamente per il Sumter l’energia era mancata una frazione di secondo dopo quando i proiettili degli acceleratori di massa avevano colpito con la forza di una testata nucleare tattica. C’erano stati incendi a bordo, alcuni feriti e numerosi guasti ai sistemi informatici. Se il flusso fosse durato un decimo di secondo in più, la corazza e lo scafo del Sumter si sarebbero sciolti.
“In tutto quello che e’ successo”, disse Kobayama. “ancora non mi e’ chiaro che parte ho preso io. Molte cose sono andate come aveva previsto. L’equipaggio ha mostrato un valore superiore alla somma delle singole parti. Molti hanno aggiunto un tassello al mosaico e ci hanno fatti uscire vivi. come diceva lei. Ma io? Aveva detto che prima della fine avrei fatto la mia parte, che i progettisti del Sumter mi hanno messo per qualche motivo. Per fare da spettatore forse?”
Il giapponese parlava scherzosamente, seduto nella poltrona di fronte al suo comandante. Ma nella sua voce c’era una soffocata nota di urgenza come se con la burla avesse voluto realmente porre una domanda importante.
“Hai premuto il pulsante per il salto lungo. Corie si era bloccato. Può capitare. Ma quegli istanti persi avrebbero potuto fare la differenza. Anzi forse l’hanno fatta.”
“Non ci credo. E’ una buona bugia ed e’ detta a con un nobile scopo. Ma non ci credo.”
“Scopo?” Chiese perplesso Mallery.
“Si. Vuole darmi un po’ di coraggio e non sminuirmi ulteriormente. Del resto oggi e’ un buon giorno. Inutile essere parchi di buone parole.”
Il comandante sorrise ma non rispose nulla.
“Forse qualche cosa mi e’ sfuggito. Ma ancora non ho capito perché il comandante del Nibbio ha perso tempo sparando prima i siluri e poi facendo fuoco con i laser.”
Mallery sospirò e scosse la testa come per cacciare un butto pensiero.
“Ah, Kobayama. Io capisco che all’accademia non perdano tempo con particolari troppo tecnici sul volo spaziale ma quel che non insegnano non e’ del tutto privo di valore. Possibile che non ti sia mai venuta voglia di approfondire? Avresti imparato molte cose interessanti.”
L’ufficiale arrossì leggermente e annuì. “Ho studiato la storia della guerra antica. E oggi per qualche minuto ho pensato a lei come a Chuichi Nagumo. Fortunatamente mi sbagliavo.”
“Quando una nave rientra nello spazio normale piega il tessuto spazio temporale come un sasso che rimbalza su uno stagno.” Iniziò a spiegare Mallery senza cogliere la battuta del suo secondo.
“Questo lo so.”
“Allora sicuramente sai anche che questa piega viene descritta con differenti modelli fisici. Si ipotizza che al rientro dall’iperspazio un vascello emetta delle particelle elementari a velocità infinita e che queste particelle vengano riassorbite dal tessuto dello spazio. Per questo motivo non possiamo rilevare oggetti troppo lontani.
“Lo stesso fenomeno però” Continuo il comandante. “può anche essere descritto come un’onda che ha la frequenza pari a quella di salto.”
“20 khz per il Sumter. 22 Khz per il Nibbio.” Recitò Kuboyama.
“Sì. E l’intensità dell’onda dipende dalla massa dell’oggetto e dalla sua caratteristica. Ma se più oggetti saltano con la stessa frequenza le loro onde si sommano.”
“Ma un’analisi dello spettro avrebbe rivelato l’errore dei monitor!”
“Spendendo qualche secondo in più. In ogni caso non avremmo ingannato i computer dei siluri. Ma il comandante doveva prendere la decisione in un istante e si e’ fidato del contatto e non ha pensato che potesse essere nulla di diverso dal Sumter. Per sparare si e’ fermato ed e’ emerso nello spazio normale e ci ha visti. Era troppo tardi ma ha avuto la freddezza di puntare i laser e sparare. Fortunatamente erano vicini e i nostri colpi li hanno raggiunti in poco più di mezzo secondo.”
“Questa spiegazione ha di molto ridotto la mia stima per lei, comandante.” Disse lentamente Kubayama. Mallery inarcò un sopracciglio, sorpreso dalle parole del suo interlocutore. “Prima pensavo fosse riuscito in qualche modo a convincere Delgado che eravamo inermi e sconfitti e lo avesse spinto a fare qualche cosa di imprudente. Adesso penso che siamo stati solo molto fortunati.”
“Può essere.”, acconsentì Mallery.
“Tutto quello che abbiamo fatto nelle ultime ore non c’e’ nei manuali.” Continuò Kubayama.
“No? In un certo senso potrei dire che nel mio c’e’. Il primo compito affidatomi dal mio istruttore fu di scrivere sulla copertina del mio manuale queste parole: << Se la situazione tattica che bisogna risolvere non e’ in alcun modo riconducibile a quelle illustrate in questo manuale, la soluzione non e’ da cercare in queste pagine. >>”
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