Introduzione

La conquista dello spazio fu un processo lungo e faticoso segnato da piccoli passi avanti e grandi soste. Inizialmente le difficoltà maggiori derivarono dalla mancanza di una tecnologia capace di far uscire le prime astronavi dal pozzo gravitazionale terrestre. La conquista della Luna venne portata a termine relativamente presto ma nei decenni successivi non vennero compiute altre spedizioni al di fuori dall’orbita terrestre poiché erano venute a mancare le motivazioni che aveva dato impulso alle missioni Apollo e allo sbarco sulla Luna.
Nei primi tre decenni del terzo millennio vennero progettate e messe in funzione diverse stazioni spaziali scientifiche e, nel 2017, persino la prima stazione commerciale che aveva la funzione di un albergo di lusso per più ricchi e facoltosi terrestri.
Nonostante il fiorire di capisaldi nello spazio in cui la presenza umana era permanente, non vi fu un effettivo sviluppo dell’ingegneria spaziale se non limitato alla costruzione di piccoli ecosistemi e al miglioramento degli habitat. Per la scienza e la tecnologia della prima metà del ventunesimo secolo, ancora legata alla propulsione a razzo, non c’erano speranze di compiere il grande balzo che separava l’uomo dai più vicini pianeti. Persino la Luna pareva essere troppo lontana per essere conquistata.
Quando il ristagno economico del 2030 e le guerre successive delle Migrazioni misero in secondo ordine l’improbabile conquista dello spazio, le numerose e ben avviate stazioni spaziali vennero abbandonate una dopo l’altra fino al loro catastrofico rientro in atmosfera. Nel 2038 l’ultima stazione spaziale ancora efficiente – la SSI – venne definitivamente evacuata e qualche mese più tardi si disintegrò sopra i ghiacciai dell’Alaska. Lo spazio era tornato ad essere deserto e silenzioso.
Ci vollero quaranta anni di ripresa economica per spingere le nazioni a riaffacciarsi sulle stelle e questa volta l’iniziativa fu solo in parte statale. Vennero fatti numerosi studi, vennero esaminate le nuove tecnologie e le nuove fonti energetiche. La fusione atomica aveva reso possibile la creazione di reattori molto più piccoli e dotati di maggiore efficienza. In fondo, si diceva in quegli anni, la conquista dello spazio e’ un’equazione energetica. Ed economica.
Si procedette con metodo: vennero ricostruite due grandi stazioni spaziali orbitanti attorno alla terra e venne progettata una stazione orbitante attorno alla luna.
Il terzo passo fu stabilire una presenza continuativa dell’uomo sulla Luna e costruire cantieri, miniere e stabilimenti di raffinazione. I materiali ricavati dal satellite vennero inviati alle stazioni spaziali per il loro ampliamento, la costruzione di cantieri spaziali che una volta completati resero l’uomo libero dalla schiavitù del pozzo gravitazionale terrestre e come combustibile per generatori. Non fu più necessario progettare enormi vettori per inviare in orbita fragili e talvolta ingombranti apparecchiature gia costruite poiché ormai le materie di costruzione giungevano alle stazioni di lavorazione in orbita partendo dal pozzo – molto meno profondo – della luna. Non di meno, fu possibile a questo punto ripensare la progettazione dei veicoli spaziali visto che era venuto a mancare un enorme vincolo: la loro resistenza al rientro nell’atmosfera terrestre.
I tempi divennero finalmente maturi per una conquista del sistema solare interno. Forte dell’esperienza maturata nella creazione di habitat spaziali e facilitato nella costruzione di astronavi anche di grandi dimensioni, l’uomo poté azzardare la prima missione verso un altro pianeta: la meta era Marte.
Il viaggio fu lungo ben otto mesi e vide impiegati solamente due astronauti. Uno dei due non scese mai sul Pianeta rosso, l’altro non tornò mai indietro. Dopo sei giorni di esplorazione, numerose scoperte sensazionali, un’avventura epica che lasciò il mondo a bocca aperta e segnò l’alba dell’era spaziale risvegliando una volta per tutte l’interesse dell’opinione pubblica, qualche cosa andò storto. Il motori del modulo d’atterraggio non si accesero nè al primo nè al secondo tentativo, costringendo l’equipaggio ad una terribile scelta: tentare nuovamente con scarse possibilità di successo e rischiando di perdere l’appuntamento con la finestra per il rientro sulla Terra, oppure partire lasciando su Marte il comandante Xu. Mentre i sistemi di sopravvivenza lentamente smettevano di funzionare sul modulo d’atterraggio, il vettore in orbita prese il cammino verso casa lasciando dietro di se il primo essere umano morto su un altro pianeta.
Quello che seguì la missione per Marte, fu un periodo di riflessione e di innovazione. Vennero effettuati degli studi su generatori a fusione usando l’elio 3 estratto dalla polvere lunare e vennero riproposte vecchi progetti per enormi vele solari capaci di trainare astronavi come leggeri parapendii. La tecnica fece progressi enormi in pochi anni fino a eclissare definitivamente i motori a razzo. I pregi dei motori nucleari erano molteplici: erano molto più ingombranti ma allo stesso tempo consumavano quantità di combustibile enormemente minori, garantivano un’accelerazione minore ma prolungabile per intere settimane di viaggio ed erano estremamente più efficienti. Tutti questi progressi e la creazione di numerose altre stazioni spaziali, nonché lo sviluppo della base lunare e la creazione di vere e proprie piccole città sulla superficie della luna, resero possibile la costruzione di una vasta flotta di astronavi con le quali stabilire capisaldi per tutto il sistema solare interno fino a toccare la fascia di asteroidi mentre ormai le missioni esplorative umane si spingevano sempre più lontano fino a toccare le lune di Saturno già nel 2094: dieci anni dopo la conquista di marte.
Nel 2103 una spedizione scientifica sbarcò prima su Plutone e poi su Giapeto decretando definitivamente la conquista di tutto il sistema solare. Ma si trattava di una pura formalità in quanto i pianeti esterni erano tanto lontani, i viaggi per raggiungerli tanto lunghi – anche con i migliori motori atomici – che effettivamente l’umanità poteva dire di essersi stabilita solamente nel sistema interno.
Nonostante i grandi successi, rimaneva un grande interrogativo da sciogliere: l’uomo aveva dimostrato di non essere incatenato nel pianeta che lo aveva patorito ma era in grado di uscire dal sistema solare in cui era nato e aveva sviluppato la sua civiltà oppure vi era per sempre imprigionato? Nel corso degli anni numerosi progetti erano stati vagliati e accantonati in attesa dello sviluppo delle tecnologie necessarie per realizzarli: navi generazionali o con equipaggi in ibernazione, viaggi lunghi centinaia di anni con motori a ioni, Bussard o vele solari.
La tecnologia dell’inizio del ventiduesimo secolo sembrava in grado, per la prima volta, di consentire la realizzazione di un progetto di volo interstellare e l’entusiasmo e l’ottimismo che le nazioni nutrivano per il volo spaziale non consentirono agli scettici e ai prudenti di ritardare un’impresa prematura nei tempi. Varata nel 2136 la nave scientifica Alyxis era un costosissimo e gigantesco gioiello di tecnologia che nel giro di pochi anni sarebbe stato reso obsoleto dalle sconcertanti scoperte scientifiche che avrebbero rivoluzionato la fisica, l’ingegneria spaziale e la storia dell’umanità. Con enormi motori a fusione, venne lanciata verso Epsilon Eridani in un viaggio che sarebbe dovuto durare poco meno di 39 anni, 6 mesi e 12 giorni. Due anni dopo il lancio, si persero i contatti con i sistemi di guida della Alyxis e la sua sorte rimase ignota per quasi anni.

Astronave Alyxis

La nave scientifica Alyxis poco dopo l’accensione dei motori.

Dopo il fallimento della più grande impresa umana, molti ritennero che le Nubi di Oort fossero da considerare come le colonne di Ercole: un limite invalicabile che ci avrebbe per sempre separati dal resto dell’universo. E che quindi la nostra casa in fondo sarebbe rimasta per sempre la Terra visto che coloro che vivevano nello spazio erano solamente 334.851 secondo il censimento del 2175.
Si sbagliavano.
Il primo vagito della nuova era spaziale venne udito da pochi nella Stazione di ricerca di Cerere. Solo 3 scienziati e due tecnici assistettero all’evento e la prima astronave spaziale fu un globo di nikel-cromo di 3,14 centimetri di diametro che viaggiò per dodici metri in circa 2,8*10^-8 secondi. I mass media ridussero l’intero esperimento al titolo sensazionalistico: PIU’ VELOCE DELLA LUCE. Se si considera la distanza percorsa e il tempo impiegato, effettivamente il globo – alla fine dell’esperimento – venne colpito dalla stessa luce che aveva riflesso quando occupava la posizione dodici metri più lontana dell’inizio dell’esperimento.
I titoli dei giornali erano fuorvianti perché il globo non si era mosso ma semplicemente era stato trasferito dal punto A al punto B senza percorrere effettivamente lo spazio intermedio. Non in questo spazio per lo meno: esso si mosse nell’iperspazio, come venne velocemente soprannominato quel non-spazio senza tempo che permise al globo di scomparire e riapparire dodici metri più in la facendosi beffa dei velocissimi fotoni.
L’esperimento venne ripetuto più volte e i parametri cambiati. Vennero calcolati i consumi energetici e vennero studiate le possibilità di utilizzo pratico di questa nuova rivoluzionaria tecnica. C’era già chi parlava di trasferire persone da un pianeta all’altro e chi sosteneva che in futuro sarebbero state inutili le astronavi: sarebbe bastato conoscere la posizione di un pianeta da colonizzare per trasferirvici un’intera città.
Ovviamente non fu affatto così facile. Si scoprì velocemente che effettuare lunghi balzi era estremamente complicato e in certe circostanze era praticamente impossibile stabilire effettivamente dove un viaggiatore sarebbe emerso dall’iperspazio. Si osservò che i calcoli per il viaggio nell’iperspazio erano tanto più complicati e approssimativi quanto più lo spazio reale era deformato da campi gravitazionali. In poche parole compiere un balzo – anche se breve – in pieno sistema solare, era pericolosissimo mentre compierlo dall’orbita di un pianeta equivaleva a giocare a dadi visto che punto di “emersione” diventava del tutto imprevedibile e probabilmente lontanissimo da quello desiderato.
La tecnica del balzo iperspaziale venne studiata a fondo con prototipi robotici in modo da comprendere – senza rischio alcuno per le persone – come gestire la meccanica dei salti e cercare di padroneggiare la complessissima matematica necessaria per i calcoli. Vennero creati modelli complessi e teoricamente precisi ma i risultati furono veramente deludenti in quanto i tempi di elaborazioni erano troppo lunghi: anche impiegando i migliori sistemi informatici distribuiti, talvolta per un salto di prova si spendevano intere settimane di elaborazione dati pre-volo. E neppure dispiegando tanta potenza di calcolo era possibile fare buone previsioni nel caso di salti lunghi o in presenza di forti campi gravitazionali in quanto il punto di “emersione” rimaneva comunque poco prevedibile.
Il viaggio iperspaziale parve dover essere destinato al fallimento: tanto valeva spendere decine di anni in volo a velocità newtoniana piuttosto che giocare a dadi col destino e cercare di varcare la distanza tra una stella e l’altra saltando a caso nella speranza di arrivare prima o poi a destinazione.
Forse il principale responsabile di questa situazione di stallo fu il rifiuto da parte degli studiosi di ammettere un modello più probabilistico che deterministico: di non ammettere che il punto di emersione in realtà non era un punto ma una estremamente complessa distribuzione di probabilità nello spazio. Vennero studiate tutte le possibilità ma ogni modello era fondamentalmente deterministico e poco affidabile.
Talvolta la soluzione e’ sotto gli occhi di tutti eppure rimane invisibile se non a qualche mente pratica e originale. Uno studioso di statistica e appassionato giocatore d’azzardo diede la soluzione all’enigma: Golovanov Kukuskin. Un aneddoto, assurto a leggenda quando ancora il vecchio professore trascorreva i suoi ultimi giorni in una lussuosa casa di riposo, vuole che Kukuskin avesse vissuto all’oscuro della vicenda scientifica dell’iperspazio fino al giorno in cui aveva letto sul giornale i risultati fallimentari di uno dei tanti esperimenti. Sempre secondo la leggenda, egli si chiuse in casa per giorni interi studiando i risultati delle prove e mettendo a confronto i grafici che aveva prodotto personalmente sulla scorta delle pubblicazioni che aveva trovato in biblioteca. Una mente abituata a non considerare le equazioni ma le probabilità, non avvezza a creare categorie e sopratutto a proporre una soluzione certa, avrebbe visto subito quello che Kukuskin intravide ma volle tenere per se fino ad avere la certezza di aver sciolto la matassa.
Quando fu certo di aver trovato il sistema per dominare il sistema cercò di proporre il suo modello alla stampa scientifica incontrando grandi difficolta’ e un forte e generale scetticismo sulle sue teorie matematiche.
Il nodo della soluzione Kukuskin era che il punto di emersione non era prevedibile ma era prevedibile l’errore medio e questo dipendeva – come sperimentalmente era stato provato – dalla lunghezza del balzo e dall’intensità’ del campo gravitazionale e da altre variabili minori. Ad ogni modo l’errore era estremamente ridotto nel caso di salti di ridotte dimensioni ma tali salti erano stati raramente sperimentati in quanto considerati di scarsa importanza. Nulla però vietava ad un viaggiatore di compiere un viaggio composto da una sequenza lunga di balzi corti e ravvicinati nel tempo. Sarebbe bastato considerare tutte le variabili del nuovo modello – molto più semplice – per stabilire quale fosse la misura ideale di balzi che potesse garantire allo stesso tempo alta velocità fittizia ( distanza tra i balzi compiuti nell’unita’ di tempo ) e precisione.
Il modello non venne subito partorito. Era necessario effettuare una serie di test di natura diversa da quelli già fatti per poter considerare le nuove variabili in gioco e quindi Kukuskin non aveva potuto indicare subito una configurazione ideale ma solo la strada da percorrere.
Negli anni a seguire il modello Golovanov si fece largo e venne infine studiata a pieno la possibilità dei “balzi in serie”. In meno di due mesi non solo si capì che era possibile viaggiare con l’iperspazio a velocità FTL ma si costruì persino il primo prototipo di astronave ( fino a quel momento a viaggiare erano state solo biglie di nikel-cromo e altri piccoli oggetti, tra cui una copia della “Guida galattica per gli autostoppisti”, ma nulla che avesse dentro di se il motore iperspaziale ) robotica autopropulsa.
Venne sperimentata nello spazio tra Venere e la fascia di asteroidi e i risultati furono sbalorditivi: compì una sequenza di 3 balzi in 2,1*10^-4 secondi che la portarono a destinazione – 500 km più lontano rispetto al punto di partenza – con un errore tanto piccolo da essere trascurabile ( gli entusiasti vollero comunque calcolarlo e lo quantificarono, abbandonando simbolicamente la notazione scientifica, in 18,2 mm ). La E=MC^2 – così era stato soprannominato il veicolo robotico – aveva viaggiato alla velocità fittizia di 2380952 Km/s superando la luce di ben 8 volte.
Abbattuta la barriera della velocità della luce, non fu comunque possibile iniziare dubito a navigare per le stelle. I problemi tecnici erano molteplici ed essenzialmente legati alla mancanza di un sistema ben funzionante per orientarsi nello spazio esterno al sistema solare.
I tests effettuati all’interno del sistema solare, in previsione del lancio della prima astronave interstellare, vennero compiuti per brevi tragitti con traiettorie precalcolate molti mesi prima oppure tramite l’ausilio di boe radar che permettevano al computer di bordo di triangolare la propria posizione ad ogni emersione per eventualmente correggere la traiettoria nel salto successivo.
Nello spazio interstellare però questa tecnica non era attuabile e si ricorse quindi a balzi ancora più piccoli e più ravvicinati nel tempo. Questo permise comunque il raggiungimento di velocità fittizie assai elevate anche se periodicamente l’astronave andava arrestata per compiere osservazioni astronomiche su punti di riferimento prestabiliti per confutare la bontà della traiettoria descritta. In pratica il volo interstellare veniva scomposto in lunghe sequenze di innumerevoli salti ravvicinati nel tempo, separate da arresti della durata di qualche ora o qualche giorno per studiare la traiettoria ed eventualmente calcolarne una nuova.
Con questo modus operandi venne lanciata la prima esplorazione interstellare a bordo della astronave Calypso con meta il sistema della stella di Barnard.
La missione viaggiò ad una velocità media di 21c e impiegò quasi 79 giorni di viaggio per giungere alla periferia del sistema solare di Barnard. Di questi 79 giorni solo 35 furono giorni di volo con il generatore iperspaziale in attività mentre i restanti furono interamente dedicati a controlli e rilevazioni astronomiche.
Giunti sul posto, i membri della spedizione scientifica fecero un accurato studio della regione, sbarcarono su alcuni asteroidi, raccolsero alcuni campioni, scattarono spettacolari fotografie e sentirono la nostalgia della Terra lontana. Dopo 129 giorni dalla partenza furono pronti per tornare sui loro passi e nel pomeriggio del centosettantanovesimo giorno rientrarono nel sistema solare battendo così il record di velocità stabilito all’andata.
Negli anni successivi vennero inviate altre spedizioni scientifiche e di esplorazione e mappatura della regione immediatamente vicina al sistema Solare. Entro il 2080 era stato esplorato completamente tutto lo spazio contenuto in una sfera dal raggio di 20 anni luce dalla Terra, contenente quarantuno sistemi solari. Contrariamente a quanto alcuni si aspettavano, e speravano, non vennero trovate tracce di vita intelligente e solo pochissimi pianeti abitati da forme di vita vegetali ed animali inferiori. Degli oltre duecento pianeti esplorati e studiati, uno solo – Speranza – era in qualche modo abitabile anche se la presenza umana sarebbe stata decisamente scomoda per colpa un’atmosfera troppo povera di ossigeno.
Si iniziò a pensare ad una colonizzazione dei pianeti scoperti, a partire da Speranza, e ad una possibile tecnica di terraforming che potesse in qualche modo partire dal trapianto di organismi terrestri geneticamente modificati per modificare l’atmosfera preparando il terreno a ondate successive di trapianti di esseri viventi superiori. La strategia venne provata su AD-09, un pianeta roccioso a 14 AL dalla terra.
I risultati furono pessimi: le prime forme batteriche perirono nel clima ostile mentre la seconda generazione di batteri riuscì in qualche modo ad adattarsi ma non fu capace di mutare la composizione atmosferica abbastanza velocemente. Vennero fatte delle stime che prevedevano un terraforming della durata di molti secoli e questo ovviamente non andava affatto bene all’opinione pubblica né ai governi della Terra, tutti così entusiasti e vogliosi di iniziare la conquista delle stelle subito. La fretta portò a fare un grosso errore. Venne creata e rilasciata una sequenza di batteri estremamente adattabili e si crearono i presupposti per una grandissima competizione. Il risultato stravolse completamente il pianeta in pochi anni facendo prima scendere a zero e poi risalire vertiginosamente il contenuto di CO2 mentre l’O2 fluttuava enormemente e il pianeta passava da brevissime ere glaciali a infuocate estati in cui i mari ricoprivano gran parte del pianeta erodendo i continenti e riscrivendo ogni mese la geografia del mondo intero. AD-09 fu un disastro che però non fu avaro di insegnamenti importanti per il futuro.
Mentre su Speranza vennero stabilite alcune teste di ponte in habitat artificiali per molti versi simili a quelli delle astronavi, in attesa che si scoprisse un metodo funzionante di terraforming, su altri pianeti venivano inviate sonde robotiche di terraforming che rilasciarono le versioni migliori dei batteri della seconda generazione. Si era deciso che il prezzo dell’attesa di molti decenni e talvolta persino più di un secolo era accettabile per la conquista di un pianeta abitabile e non devastato.
Iniziarono così i lunghi anni della prima colonizzazione: nella scia dell’esplorazione delle regioni più lontane raggiungibili, venivano mandate le sonde robotiche perché iniziassero il lungo terraforming dei pianeti che erano stati individuati come privi di interesse scientifico e contemporaneamente preferibili per una successiva colonizzazione. Vennero spese grandi risorse per interi decenni senza alcun risultato: per la prima volta nella storia dell’umanità’ si assistette ad un vero e proprio investimento per le generazioni future.
Nel 2264, dopo il ritorno della sonda robotica che aveva terraformato il pianeta AA-03, vennero iniziati i preparativi per la prima spedizione di colonizzazione interstellare. Vennero spesi sette anni per la costruzione di una grande flotta di ventisei vascelli e per l’addestramento degli equipaggi. Quasi tremila coloni vennero imbarcati in un viaggio di non ritorno visto che le astronavi erano progettate per entrare nell’atmosfera di AA-03, presto ribattezzato Alba, atterrare e diventare il primo insediamento stabile. I margini tecnologici erano ristrettissimi e non c’era spazio per errori o intoppi: se più di una astronave avesse fallito l’atterraggio, i sopravvissuti non sarebbero probabilmente riusciti a sopravvivere al primo anno in quanto l’equipaggiamento era stato inventariato attentamente e comprendeva lo stretto indispensabile. Una seconda spedizione era prevista ma solo a tre anni di distanza e non sarebbe comunque stata in grado di portare soccorso alla prima. Trasporti di coloni sarebbero stati programmati negli anni successivi solo nel caso in cui entrambe le spedizioni avessero avuto buon esito.
Nel 2272 la prima flotta parti. Navigò quasi dieci mesi nello spazio profondo ed ebbe a sperimentare tutte le difficoltà del volo iperspaziale in formazione – una cosa mai provata fino a quel momento – prima di atterrare perfettamente su Alba. Tre anni e sei mesi più tardi giunse anche la seconda spedizione. Tutto funzionò alla perfezione e, benché i coloni dovettero affrontare lunghi decenni di grandi fatiche e una vita di solitudine rispetto a quella sulla Terra, Alba divenne effettivamente la prima colonia umana aperta e autosufficiente.
Si calcola che nei decenni successivi molte centinaia di migliaia di persone si trasferirono su Alba e, quando nel 2210 venne dichiarato abitabile anche Hope, si assistette ad un vero e proprio esodo.
Le cifre di questa migrazione sono enormi se si pensa alla tecnologia di quegli anni e alla velocità delle navi ( il viaggio per Hope era lungo almeno sei mesi mentre quello per Alba normalmente durava otto mesi ). Nel 2315 gli emigranti raggiunsero la cifra di cinquantamila l’anno per raddoppiare entro il 2381 e triplicarsi nel 2419.
L’esplorazione dei sistemi vicini intanto era andata progredendo senza sosta. Tutto lo spazio compreso in una sfera dal raggio di circa 45 AL era stato mappato completamente e queste conoscenze permisero alle astronavi dei viaggi più veloci in quanto erano ormai ben noti i punti di riferimento per i calcoli e i controlli tra le sequenze di salti. Allo stesso tempo il continuo progresso nei generatori delle astronavi e nei computer di bordo permise sia di aumentare la frequenza dei salti sia di diminuire il tempo di calcolo e quindi ancora una volta di aumentare la velocità delle navi.
Nel 2430, avendo colonizzato ben pianeti e fatto emigrare circa 4,5 M di persone dalla Terra, i governi annunciarono trionfanti che entro fine secolo metà dell’umanità sarebbe vissuta fuori dalla Terra. Sbagliarono enormemente i calcoli.
Man mano che gli esploratori avanzavano allontanandosi dalla Terra, le stelle si fecero rade e per qualche strano motivo, più vecchie e prive di pianeti abitabili anche tramite terraforming. Oltre una certa soglia gli esploratori si trovarono di fronte grossi spazi aperti e quasi privi di stelle o zone difficilmente navigabili perchè chiuse da vaste nebulose oscure. Le misure erano enormi per i mezzi di quei giorni: una fascia di vuoto larga dai 40 ai 60 AL separava il gruppo dei sistemi solari vicini alla Terra dal resto del braccio della spirale. Alla velocità di allora queste lunghezze erano percorribili nella migliore delle ipotesi in due anni, senza contare che le astronavi di esplorazione partivano necessariamente dalla Terra in quanto le colonie non disponevano di un potenziale tecnico e industriale sufficiente. In pratica era necessario un viaggio di quasi due anni per arrivare ai limiti esplorati e di altrettanto tempo per superare il vuoto interstellare delle regioni non mappate per giungere al più vicino sistema e da li riprendere ad esplorare. Tutto ciò era oltre i limiti tecnologici di allora: nessun habitat artificiale avrebbe potuto resistere ad un viaggio così lungo, per non parlare della pressione psicologica a cui un ipotetico equipaggio sarebbe stato sottoposto prima ancora di arrivare a destinazione e intraprendere l’esplorazione.
La conquista dello spazio subì una battuta d’arresto. La fine del secolo arrivò senza che una soluzione fosse stata trovata. Il progresso aumentava di anno in anno la velocità delle astronavi ma non in modo così drastico da permettere di compiere il grande passo in avanti. Il numero delle colonie rimase fermo a cinque per tutta la prima metà del 2500 e la previsione che presto l’umanità avrebbe avuto la sua casa nelle stelle più che sulla terra non si era ancora lontanamente avverata. Ma il grande passo avanti era imminente ormai.
Venne con la creazione dei primi generatori a fusione di terza generazione che, capaci di fornire enormi quantità di energia rispetto ai vecchi generatori, resero possibili frequenze di balzo estremamente più elevate e quindi un’impennata nella velocità delle astronavi.
La velocità di punta delle navi nella seconda metà del 2400 era salita fino a 75c mentre quella media in regioni esplorate si aggirava attorno ai 35-40 c. Con l’avvento dei generatori a fusione la velocità di punta salì rapidamente a 250c entro il 2570 e poi ancora a 300c nel decennio successivo.
Nuove frontiere si aprirono all’umanità.
Vennero superati i limiti estremi delle regioni esplorate mentre decine di sonde robotiche iniziarono il terraforming nei sistemi più lontani. L’umanità conobbe un secolo di sbalorditiva espansione e finalmente si avverò l’auspicio espresso tanti anni prima: la Terra cessò di essere la casa per la maggior parte dell’umanità. Secondo numerosi studiosi di demografia il sorpasso si ebbe nel 2631 quando nelle ventisei colonie umane abitavano quasi dodici miliardi di esseri umani.

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