La cruna dell’ago

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All’età di dieci anni, Louis Marcos Kavanov cadde preda di una violenta febbre.
In quei giorni il ragazzo era in viaggio, assieme al resto della famiglia, verso i nuovi mondi del Commonwealth e sull’astronave da carico che li stava portando verso una nuova vita da pionieri, non erano disponibili cure adeguate al male che lo stava consumando.
Il giovane era forte e resistente. Riuscì comunque a non essere sconfitto dal male ma riportò per sempre sul suo corpo i segni della lotta che per poco non lo aveva visto soccombere.
Quando la nave che lo trasportava atterrò a Mivar, Kavanov venne sbarcato su una barella. Secondo molti suoi biografi fu quello il momento in cui il destino si compì: la prima cosa che il ragazzo vide dopo mesi di viaggio e settimane di febbre fu il celo stellato di Mivar, costellato dalle rosse stelle che affioravano appena dalle polveri e macchiato dal profondo nero della Nebulosa Sacco di Carbone. Forse fu proprio in quel momento che il giovane comprese quale sarebbe stata la sua più grande aspirazione, il suo incolmabile desiderio di esplorare l’ignoto della Nebulosa e vincerne i segreti.
Il cuore debole, le gambe atrofizzate e inservibili e il tremore della mano destra lo avrebbero accompagnato per tutta la vita senza rallentarlo nel suo pellegrinare, senza costringerlo a rinunciare a viaggiare. Ciò che la malattia gli aveva tolto in salute, la vita gli aveva reso in fortuna e determinazione.
Quando, poco prima di perdersi nelle insondabili profondità della Nebulosa, Kavanov ebbe scovato il Tunnel e, inseguendolo fin quasi alla sua fine, ebbe fondato una piccola stazione su Longe, la strada per i mondi interni della Nebulosa era ormai aperta e si era messa in moto serie di eventi che avrebbe portato ricchezze e miserie, guerra e pace, speranze e paure a miliardi di esseri umani nei fatali anni a venire.

Lontano dalle rotte commerciali, vicino al Fondo, là dove il vento cosmico aveva trascinato e compattato le sottili polveri della Nebulosa e dove solo chi si nasconde poteva trovare un rifugio insidioso ma accogliente, il Sumter vagava da settimane. Cacciatore e allo stesso tempo preda, pesce più piccolo di altri ma non di tutti, anello intermedio della catena alimentare della guerra, la nave dell’Unione era stata spedita nel Tunnel con lo scopo di colpire in qualunque modo possibile il proprio nemico.
“In caso di guerra con l’Alleanza e’ necessario impostare una strategia difensiva atta a prolungare il conflitto, diminuirne l’intensità e la frequenza degli scontri per poter far emergere il potenziale tecnico e industriale dell’Unione. (omissis) Il fattore tempo e’ essenziale. L’alleanza, non possedendo un’economia capace di provvedere autonomamente alle necessità di un conflitto prolungato, vedrà ridursi progressivamente gli iniziali vantaggi materiali, tattici e logistici.”.
Il comandante Adam Mallery aveva letto più volte questo passaggio all’Accademia. La Dottrina difensiva, veniva chiamata. Scherzosamente i cadetti ufficiali la chiamavano la “regola dei cacasotto”.
Nelle esercitazioni era spesso richiesto ai futuri comandanti di scrivere piccoli trattati nei quali dovevano elaborare strategie generali o specifiche per eventuali conflitti. Mallery quando aveva ricevuto questo incarico aveva ipotizzato di condurre una guerra parallela, di corsa, con piccoli veicoli commerciali armati ed equipaggiati per la guerra ma pur sempre camuffati come dei veri e propri cavalli di troia. Il comandante non si illudeva di essere stato il solo ad aver partorito autonomamente questa idea. Allo stesso tempo, quando era stato chiamato, all’inizio delle ostilità, a guidare un equipaggio e comandare una nave mercantile riconvertita, non si era stupito né aveva coltivato segretamente la convinzione di essere l’unico comandante di nave da corsa. L’Alto comando non aveva dato alcuna spiegazione, non aveva illustrato i dettagli della missione se non nei punti strettamente indispensabili per Mallery ma Adam non aveva dubbi: per il Tunnel, nei mondi transnebulari e forse persino fuori dalla Nebulosa, nel Commonwealth, sicuramente altri vascelli come il suo erano in azione.
Probabilmente con maggiore fortuna del Sumter.
Perché al Sumter la fortuna non stava arridendo. Le prime prede erano state impreparate ed erano state colpite con facilità. Il nemico però non dormiva e in poco tempo erano comparse navi di scorta, pattuglie armate pesantemente con navi da guerra con le quali il Sumter non avrebbe dovuto mai nemmeno provare a misurarsi.
Le prede facili erano diminuite e scomparse in poco tempo ed ogni avvistamento non solo era più raro ma nascondeva spesso insidie sempre superiori. I trasporti avevano praticamente cessato di viaggiare solitari e si erano riuniti in convogli e i convogli erano spesso scortati. Il traffico di merci ad uso bellico poi aveva preso a viaggiare col traffico mercantile locale, polverizzandosi in una serie interminabile di piccoli carichi piuttosto che da grosse spedizioni effettuate da pochi grandi vettori e avvicinarsi ai sistemi abitati era un gioco pericoloso ma necessario perchè ogni giorno il commercio si spostava verso le zone più sicure e il Sumter per assolvere il proprio compito doveva intercettare e distruggere il maggior numero di carichi per ridurre la produzione militare dell’Alleanza, affamarne il popolo, romperne il morale, rendere arduo ed infine impossibile ogni giorno di prosecuzione del conflitto.
Mentre le flotte dei due contendenti si erano azzannate moralmente a Robertson Field e nei dintorni di Rovas e ora si leccavano le ferite e si studiavano, timorose di non essere in grado di sopravvivere ad un altro bagno di sangue di quelle dimensioni, mentre le popolazioni di Mondis e Devinopel perivano sotto i bombardamenti orbitali o languivano con il blocco stellare, l’attenzione degli alti comandi si era spostata su altri fronti, dove era possibile agire con minori costi, con successi marginali ma meno improbabili, dove con poche energie era possibile conseguire quei lievi vantaggi che potevano far pendere l’ago della bilancia dalla propria parte.
La guerra di corsa non poteva non aver dato qualche frutto. Nel delicato equilibrio delle avanzate economie industriali dei mondi della Nebulosa era possibile scardinare l’intero sistema agendo su un solo punto insignificante e all’apparenza trascurabile. Distruggere qualche carico di semilavorati, sabotare la produzione di un impianto, ritardare alcune consegne, deviarne altre, potevano avere conseguenze a cascata tali da ritardare di mesi l’entrata in linea di una nave da guerra o far calare la qualità degli armamenti. Il dirottamento sul traffico locale delle merci ad uso bellico, di per se, era stato un successo: ogni carico ora veniva, per sicurezza, scomposto in più parti e spedito con vettori diversi, alcuni dei quali a breve raggio. Alcune spedizioni venivano scaricare e ricaricate anche dieci volte prima di arrivare a destinazione e le possibilità che qualche cosa andasse storto, che una parte arrivasse nel posto sbagliato o in ritardo su tutto il resto, erano grandi. La cura alla guerra di corsa dell’Unione spesso si rivelava molto costosa. Ma almeno era approssimativamente valutabile a priori, o almeno, così dovevano aver pensato gli strateghi dell’Alleanza.
Era frustrante non poter conoscere i risultati delle proprie azioni. All’angoscia di agire in territorio ostile, in mezzo ai nemici in una guerra illegale ed esposti a mille minacce, si aggiungeva la consapevolezza che per loro la guerra sarebbe stata, più che per tanti altri, una questione di attesa. Avrebbero dovuto attendere per sapere se i loro sacrifici erano valsi a qualche cosa, avrebbero dovuto attendere per la prossima preda, attendere la prossima contromossa del nemico, attendere per sapere se la sceneggiata messa in atto era ancora capace di ingannare il nemico o se erano stati scoperti e la maschera era calata.
Quando un piccolo trasporto che si muoveva a 14c entrò nel campo di rilevazione dei sensori del Sumter, l’equipaggio venne allertato dalle sirene dell’arme. Il computer di bordo della nave corsara prese automaticamente nota del debole contatto, studiò lo spettro di emissione della nave avvistata, la sua frequenza di salto, la massa e il momento d’inerzia di salto, i dati fondamentali che definiscono la caratteristica di un vettore spaziale e lo identificano univocamente, e assegnò all’oggetto un nome in codce – AJ23 – che venne subito annotato sul diario di bordo.
-Guardalo – disse il vice comandante Kuboyama Tojoma al sottoufficiale Dunant che era curvo sugli schermi dei sistemi di rilevamento del Sumter – striscia come un bruco sul Fondo.
-A me – rispose prontamente Dunant indicando i grafici della caratteristica di salto di AJ23 – sembra più una coccinella. Rossa con puntini neri.
-La chiameremo Coccinella. – Interloquì Mallery. – E ora andiamo a caccia di insetti. Ditemi tutto quello che gli schermi non ci hanno già mostrato.
-La.. Coccinella.. – Esità Kuboyama come indispettito dalla scelta del suo comandante di dare a AJ23 il soprannome proposto da Dunant – e’ un veicolo da trasporto leggero classe Spigola. La sua autonomia e’ limitata. Non può venire da lontano e non può andare lontano. Non porta molte merci. A giudicare dalla sua massa attuale, può trasportare al massimo 50.000 tonnellate di carico utile.
-Viaggia solo. – osservò l’armiere Langley – E’ una preda facile.
-Siamo sicuri che sia da solo? E’ presto per dirlo. Vale la pena di rischiare per 50.000 tonnellate? – lo interruppe Curie.
-Potrebbe essere una trappola, uno specchietto per le allodole. Una nave da preda. Il Comando non e’ particolarmente impressionato dal tonnellaggio delle navi che abbiamo distrutto e la Coccinella non e’ desinata a migliorare la nostra media. – Riflettè Mallery ad alta volce. Il suo viso era scuro come del resto il suo umore. Da settimane l’equipaggio faceva di tutto per evitarlo. – L’ultimo avvistamento da cui non siamo scappati risale a tre settimane fa. Non siamo stati mandati qui per fare i turisti del Tunnel. Siamo a pesca ora e pare che ci accontenteremo di una Spigola.
-Comandante, – disse Kuboyama avvicinandosi al suo superiore e parlando con tono della voce basso, confidenziale. – la presenza di quel veicolo qui e’ a dir poco sospetta o quantomeno inspiegabile. Nel suo raggio d’azione non ci sono stazioni commerciali. La sua velocità di crociera e’ di 25c. Eppure viaggia ad una velocità molto inferiore. Qualche cosa ci sfugge. A quella velocità impiegherà settimane per giungere alla meta più vicina e non e’ nemmeno spiegabile la sua presenza qui. Da quanto tempo e’ in viaggio? E come mai non e’ a secco?
-Tutte queste domande sono interessanti. Ma non sono destinate ad avere una risposta. Intendo affondarlo velocemente e andarmene via. Può essere una trappola e’ vero. Ma allo stato attuale del conflitto, con il nemico che sa cosa stiamo facendo, sa dove siamo.. sa tutto tranne che siamo noi quelli che cerca, non possiamo andarcene via. Le direttive sono chiare. Il computer di bordo ha già tutto in memoria. Se giriamo le spalle e ce ne andiamo o possiamo dimostrare che questa era veramente una trappola o siamo già tutti destinati alla corte marziale.
Adam Mallery era nervoso e parlava come se stesse sputando le parole fuori dalla bocca. Il suo interlocutore d’altra parte non era più sereno. La risposta del comandante pareva, alle orecchie del giapponese, come un’accusa di codardia. Non era stata intenzione del vicecomandante proporre una fuga, evitare il combattimento. Aveva solamente dato corpo ai dubbi e, come gli era successo già altre volte, si era subito pentito di aver parlato. Con Mallery non era mai in grado di trovare le parole giuste, di soddisfare l’animo eccentrico e scostante del suo superiore. A volte gli pareva che tutto quello che gli era richiesto era obbedienza cieca, a volte il comandante abbandonava per qualche giorno l’aria arcigna e insoddisfatta e lo aveva stimolato a trovare soluzioni diverse dalle sue ai problemi che si erano presentati. Qualche volta si era persino preso la briga di insegnargli il mestiere del comandante. In nessun caso però lo aveva lodato o aveva mostrato apprezzamento. Kuboyama si sentiva disprezzato. Era fin troppo evidente il senso di superiorità che Mallery aveva nei confronti del suo secondo e questo lo faceva sentire inadeguato.
“La tua carriera dipende dal tuo primo comandante.” Gli aveva consigliato suo padre prima che Kuboyama partisse volontario per la guerra. “Se lui e’ soddisfatto di te potrebbe insegnarti tutto quello che sa o almeno scriverti delle buone note di servizio. Se e’ un incompetente puoi aspirare a rubargli il comando. Se ti detesta, cerca di essere più bravo di lui. Se mira a fare l’eroe, cerca di sopravvivergli.”
Ma con sommo dispiacere per il giapponese, Adam Mallery non rientrava in nessuna di queste categorie. Non era soddisfatto di lui, questo è certo, e non era un incompetente. Non faceva l’eroe ma era improbabile che, se avesse commesso un errore, qualcuno del Sumter gli sarebbe sarebbe sopravvissuto. Quanto all’ipotesi di farsi scaricare dal comandante, data la natura della loro missione, il vicecomandante avrebbe comunque dovuto aspettare molto a lungo visto che non erano previsti rientri in patria.
In realtà quello che maggiormente disorientava Kuboyama del suo comandante era la sua capacità di cambiare repentinamente sia l’umore che il comportamento. Non gli era possibile comprendere e imbrigliare in qualche schema l’agire di Mallery: a volte seguiva pedissequamente il manuale, a volte non sembrava nemmeno ricordarsi di averlo studiato all’accademia e si faceva anzi beffe di lui per come si atteneva ai protocolli standard, come se lo ritenesse incapace di un pensiero autonomo. Quando suggeriva cautela, il comandante disponeva strategie spavalde e viceversa. Ogni volta che apriva bocca, l’ufficiale in seconda scopriva di aver detto la cosa sbagliata, di aver reso ancora un po’ più insoddisfatto il comandante e di aver perso un po’ di rispetto da parte dell’equipaggio che invece letteralmente pendeva dalle labbra del suo superiore.
Kuboyama non si sentiva un inetto. Gli mancava l’esperienza e forse, vista la sua giovane età, se avesse avuto un proprio comando non sarebbe stato in grado di affermare completamente la propria autorità sull’equipaggio. Ma il giapponese si riteneva combattivo ed acuto, capace di comprendere in pochi istanti le variabili in campo e le strategie dominanti del gioco della guerra. Se Mallery a volte mostrava in modo fin troppo evidente il suo disprezzo per Kuboyama, il secondo ufficiale in realtà non approvava il modo con cui Mallery guidava il Sumter, i rischi presi, le manovre tortuose, complicate e – ad essere sinceri – superflue con le quali il suo comandante spesso perdeva tempo inutilmente.
Kuboyama sarebbe stato più diretto. Giacché il nemico ormai era a conoscenza della guerra di corsa e il Sumter, nonostante il camuffamento, non era in grado di ingannare un occhio attento e recitare fino in fondo la sua parte, era inutile continuare a percorrere avanti e indietro le rotte commerciali mimetizzandosi nel traffico mercantile. Tanto valeva essere predatori, avventarsi sulle prede alla massima velocità possibile per poi cercare di allontanarsi subito. Il travestimento era buono per guadagnare tempo, per schivare l’attenzione degli altri vascelli commerciali ma a nulla valeva di fronte agli occhi indiscreti ed acuti di certe pattuglie che stavano iniziando a controllare il Tunnel per scovarli.
Era così che Kuboyama avrebbe impostato la propria caccia. Ma questa strategia era molto diversa da quella messa in atto da Mallery. E tante occasioni erano andate perse, tante prede si erano allontanate, inconsapevoli del rischio corso. Mallery aveva adottato sempre la linea della prudenza e un giorno o l’altro, sempre che fosse vera la voce di corridoio che voleva tutte le informazioni registrate e custodite dal computer di bordo per future valutazioni da parte del tribunale militare, ne avrebbe dovuto rendere conto. Ma questa volta no. Questa volta il comandante era spavaldo e di fronte ad una situazione tattica con molti interrogativi in più rispetto a quanti Mallery non avesse mai gradito affrontare, il comandante era determinato e deciso ad adottare una linea molto simile a quella che Kuboyama aveva avuto in mille altre situazioni diverse.
L’ennesima beffa, pensò il giapponese. Mallery mi chiede sempre cosa ne penso per fare il contrario. Se un domani dovessi avere un comando, cosa dovrò fare? Dovrò fare quello che mi sembrerà giusto o l’esatto opposto? Perché in fin dei conti siamo ancora vivi, quindi il comandante non e’ un inetto. Io saprei fare meglio di lui?
Questo dubbio tormentava Kuboyama. Se i consigli del padre fossero stati giusti e avessero previsto anche questa situazione non avrebbe avuto l’imbarazzo di porsi queste domande. Con un comandante capace come maestro avrebbe potuto diventare abile semplicemente seguendo i suoi insegnamenti, guardandolo agire e imparando da lui, dalle sue parole, dalle sue azioni. Con un comandante incapace avrebbe avuto la consolazione di capire quali errori non commettere e avrebbe potuto in ogni caso esaminare la situazione dal punto di vista privilegiato dell’osservatore esterno, che non fa fatica a giudicare e trovare gli errori e i difetti. Ma con Mallery come doveva fare? Che cosa doveva imparare da lui? Il comandante sapeva cadere in piedi anche quando sbagliava. Nel dedalo delle tattiche di guerra sapeva scegliere la via che aveva il maggior numero di deviazioni e se sbagliava la strada sapeva sempre quando tornare indietro, riusciva a non perdersi e alla fine trovava l’uscita. Le sue tattiche non erano vincenti ma lui si. Mentre in tutta la Nebulosa il conflitto spazzava via milioni di vite e centinaia di astronavi erano state distrutte su ogni teatro di guerra, il Sumter navigava da nove mesi da solo nel Tunnel con una missione pericolosa da compiere e molti nemici da cui guardarsi. Illeso.
-Comandante,-Annunciò Corie interrompendo i pensieri del giapponese.- la Coccinella si e’ portato a velocità di crociera. 25c. ETA 5 minuti e 40 in aumento.
A queste parole Mallery si morse il labbro e Kuboyama tirò un respiro di sollievo. Ora finalmente le cose vanno come dovrebbero. Pensò. La preda scappa.
-Velocità massima. Voglio essergli addosso subito.-Ordinò il comandante.
-ETA 1 minuto e 50 secondi.-Disse Corie. Ma si interruppe subito, tirò un fischio di ammirazione e si girò verso il comandante.-Hanno aumentato il passo al 60%.. stanno schizzando via a 41c. Sbandano a destra e sinistra ma non demordono. 70% di overjump e aumentano ancora. ETA 6 minuti in aumento.
-Che diavolo stanno facendo?-Sibilò Mallery tra i denti.
-Comandante, hanno una fretta tremenda.-Gli dicesse Kuboyama con torno di urgenza.-Sono vicini a qualche cosa.E’ una trappola!
-Hanno fretta di sicuro ma non c’e’ niente qui. E questo trasporto non sta andando da nessuna parte. Nel suo raggio d’azione – ora decisamente ridotto grazie a questa manovra – non c’e’ altro che polvere interstellare e qualche palla di ghiaccio. Io voglio quella nave. Aumentiamo il passo del 50%. Vediamo chi ha più birra.
-Passo in aumento.-Rispose subito Corie.-ETA 85 secondi in diminuzione. Comandante! Stanno rallentando.
Mallery si avvicinò ai monitor con un sorriso di vittoria sulle labbra. Il puntino rosso e nero che era il contatto della Coccinella continuava ad avvicinarsi al simbolo grafico che rappresentava il Sumter. Indicando il puntino sul monitor, il comandante si rivolse a Langley:-A 15 secondi voglio tre perfette sequenze di lancio. Le prime due vicine mentre la terza a bruciapelo. Diciamo a 5 secondi dal bersaglio.
Langley, il sottoufficiale addetto ai controlli delle armi di bordo, annuì con determinazione mentre inseriva il programma in variazione alla rotta precalcolata.
-Ho già pronti i calcoli, comandante.- Rispose l’armiere.-Se non si ferma lo prenderemo.
Kuboyama, che nel frattempo se ne era rimasto zitto in un angolo, continuava a passare lo sguardo dal suo comandante al monitor principale. Ora che AJ23 era ritornato alla velocità di crociera, il rosso e il nero della Coccinella procedevano in linea retta. Con la grande differenza di velocità tra il Sumter e la sua preda, in pochi secondi il predatore sarebbe stato abbastanza vicino da usare i suoi artigli. Eppure Kuboyama in qualche modo si sentiva inquieto.
Guardando il suo comandante, curvo sui monitor con in mano un vecchio cronometro e intento a passare lo sguardo dagli schermi alla lancetta dei secondi che velocemente si spostava verso lo zero, sentiva che c’era qualche cosa di terribilmente sbagliato nella scelta di Mallery di ignorare i suoi dubbi e di non porsi domande ma agire.
Forse alla fine Mallery mi ha insegnato qualche cosa, pensò il vicecomandante. A forza di vederlo agire con circospezione, di vederlo temere ogni ombra del Tunnel, ora ragiono come lui. Anzi, meno di lui sono propenso a lanciarmi nella mischia.
Che cosa ci faceva una nave da trasporto così piccola in un angolo remoto del Tunnel? Quella era una zona lontana dai traffici più intensi, buona solo per chi si nascondeva. Lo stesso Sumter non avrebbe mai cacciato in quella regione ma la stava usando solamente per risalire il traffico all’inizio del Tunnel gettando qualche rapida occhiata all’interno, verso le rotte trafficate. Un cargo così piccolo, con scarsa autonomia, doveva avere un buon motivo per trovarsi li e un posto dove andare. E questo porto doveva anche essere molto vicino.
La sua velocità iniziale poi era molto bassa, decisamente minore alla sua già scarsa velocità di crociera tanto che il suo segnale era debole e se il Sumter non fosse passato proprio di li, nel raggio di qualche settimana luce, non lo avrebbe rilevato.
Tanto peggio per lui e meglio per noi, pensò il giapponese ma riluttanza. Non era abituato a fare i conti con la fortuna in guerra. La sfortuna e’ una variabile imponderabile che conviene sempre considerare in ogni tattica. E’ sempre bene pensare che qualche cosa potrebbe andare storto e avere una via d’uscita d’emergenza da ogni situazione. Ma la fortuna no, non era, secondo il vicecomandante, un fattore da considerare e sentiva sleale questo tiro del destino. Forse era questa l’origine della sua preoccupazione e del senso di disagio che provava.
Eppure, guardando i monitor, sentiva comunque che qualche cosa mancava, che nonostante nessuna domanda avesse ancora avuto una risposta, non tutte le domande erano state formulate.
Dove stavi andando? Chiese mentalmente Kuboyama alla Chiocciola. Ci porterai alla tua meta o ci allontanerai da essa? Ma non poté spingersi oltre con i suoi pensieri perché la sequenza di salto del Sumter venne interrotta tre volte per lanciare altrettanti siluri. Il terzo ordigno venne sparato a bruciapelo, quando la Coccinella era ormai a distanza ravvicinata.
Con un lampo la AJ23 scomparve dagli schermi mentre gli allarmi iniziavano a suonare nella sala comando mentre la nave rientrava nello spazio normale interrompendo automaticamente la sequenza di salto.
-Sono saltati! Sono saltati!-Ripeté Langley
Mallery era rimasto attonito davanti allo schermo. Del ghigno da predatore che aveva avuto stampato sul viso per tutti gli ultimi minuti dell’inseguimento, era rimasta solo una smorfia. E’ delusione! Pensò con stupore Kuboyama. Non se lo aspettava. Non era pronto per questa evenienza. Ma poi fu colto da altrettanto stupore. Io invece c’ero arrivato da solo. Ci hanno portati fuori strada spendendo tutte le loro energie e ora hanno saltato alla cieca sperando di salvarsi.
-Trovatemeli subito! Non sono andati lontani. Dovevano essere quasi a secco.
-Comandante, dall’osservatorio riferiscono una cosa incredibile.-Rispose subito Dunant.
-Cosa?
-Bhe dicono di avere già la posizione della Coccinella. Era quasi a secco e ha usato tutta l’energia disponibile. Non sono andati lontano ma siccome eravamo vicini li abbiamo visti ancora meglio. Sono a meno di 2000 km da noi.- Il silenzio calò sulla sala comando al punto che Dunant si sentì in dovere di spiegare meglio il rapporto dell’osservatorio:-Gli eravamo addosso e loro sono praticamente saltati su se stessi. Ora sono senza energia, fermi nello spazio. Che sfortuna per loro. E che fortuna sfacciata per noi.
-Langley spara subito con gli acceleratori di massa.
-No, Langley.-Ordinò con tono glaciale una nuova voce.-Ordine annullato. Corie avvicinati. Prepariamoci per un attracco veloce.
Kuboyama si sentì addosso gli sguardi, stupiti tranne quello di Mallery che era carico di rabbia, dei presenti. Perche’ mi guardano? Pensò il vicecomandante. Poi abbassò lo sguardo e vide che in mano impugnava una pistola e comprese che la voce che aveva parlato era la sua. Aveva annullato un ordine del comandante e ora stava puntando una pistola su Langley e non sapeva nemmeno come era successo.
-Computer di bordo sblocca il protocollo d’emergenza Kub1.-Disse mentre con sollievo si rendeva conto di agire ancora come un automa, senza pensare, senza sapere il motivo.
Sul ponte di comando irruppe una voce autoritaria che tutti ben conoscevano:-Questa e’ una registrazione d’emergenza, fissata nelle memorie del computer di bordo. Sono l’ammiraglio  Van Der Buren, dell’Alto Comando della flotta dei Pianeti Confederati. Con validità immediata il Colonnello Akira Kuboyama assume il comando del FWS Sumter fino a nuovo ordine. I dati della nuova operazione sono nei banchi di memoria nella cartella AJ ora aperta a lettura.
Il primo a riprendersi fu Mallery che non rinunciò al suo sorriso. Questa volta era sfida quella che il giapponese leggeva sulle sue labbra.
-Bene comandante Kuboyama, pare che lei abbia ora il suo primo comando. Si accomodi.-E indicò la postazione di comando.
-Commodoro Mallery, si ricorda quando mi disse che tutti eravamo in questo equipaggio per un motivo?-Kuboyama non aspettò una risposta dal suo interlocutore.-Ora sappiamo perchè sono sul Sumter.

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