La dama del bosco

Qualche anno fa, di ritorno da un lungo viaggio in occidente, alla fine del mio cammino verso casa, mi trovai di sera tardi a vagare sperduto per le colline. Nell’oscurità fitta dei boschi di quelle terre, mi sentii così lontano da ciò che mi era familiare che per qualche istante fu per me come essere tornato indietro di centinaia di miglia, più lontano da casa in quel momento che in tutte le settimane precedenti. Quando ormai il nervosismo e la stanchezza di tanti giorni di marcia iniziavano ad avere il sopravvento, fui tanto fortunato da imbattermi in un piccolo paese, appena qualche casa tra le colline selvagge poco ad ovest della capitale.

Giunto nei pressi della prima abitazione, scesi lentamente da cavallo e, sentendo scricchiolare rigidamente tutta la schiena, mi guardai intorno domandandomi se avrei ricevuto ospitalità da qualcuno. Non trovando il coraggio di bussare agli usci ben chiusi di quelle abitazioni e non avendo scorto alcun segno che indicasse l’intenzione di qualcuno di accogliermi o anche solo di accettare la mia presenza, proprio mentre mi preparavo per salire sconsolatamente a cavallo, sentii alle mie spalle una voce maschile che mi richiamava: “Legate il cavallo e venite con me”.

Obbedii all’ordine e dopo qualche istante mi avvicinai a chi mi aveva parlato. Una volta vigoroso ed erculeo, l’uomo che mi stava di fronte non era più giovane. Era però riuscito a superare il logorio del tempo conservando una certa robustezza e senza divenire l’ombra della forza che un tempo, certamente, gli era valsa la vittoria nelle gare con i giovani della sua età nei giorni di festa. Il suo volto era cordiale così come la sua voce, abituata a trovare ubbidienza ma anche a pronunciare parole dolci e raccontare favole ai bambini.

Chiesi all’uomo solamente qualche indicazione, per non smarrire nuovamente la strada e per ritrovare il sentiero che avevo perso. Ottenni molto più di quanto sperassi: il mio ospite mi invitò nella sua abitazione per riposarmi qualche momento e per rifocillarmi con qualche bicchiere di vino e una pagnotta. “Mi sono perso improvvisamente. Il sentiero si è fatto sempre meno marcato fino a quando, senza nemmeno accorgermene, mi sono trovato a vagare senza meta”, spiegai mentre lentamente gustavo il calore di fuoco.

Il vecchio annuì alle mie parole e replicò: “I sentieri sono visibili solo a chi li conosce e questo tiene lontani tutti i visitatori. Di tanto in tanto capita però che qualcuno passi di qui e che si perda. Noi non siamo gente cattiva ma è difficile che qualcuno vi apra la porta. È un’abitudine sedimentata col tempo nel nostro carattere e se non fosse per la mia pessima abitudine di contraddire mia figlia – e qui il vecchio sorrise maliziosamente alla giovane donna seduta in un angolo ed intenta a cucire – anche io non vi avrei ospitato, fosse anche solo per pochi minuti”.

“Siamo gente schiva – continuò l’uomo – avvezza solamente al duro lavoro nei vigneti e nei pochi campi che teniamo. Per noi un visitatore è un disturbo non per il bicchiere di vino che ci costa la sua presenza ma per il sovvertimento che la sua venuta porta alle nostre abitudini“. La sua voce, mentre parlava, si fece sognante e acquisì quella cadenza che da sempre contraddistingue i vecchi quando parlando della loro gioventù: un misto di rammarico per il tempo passato, di gioia al ricordo dell’antico vigore e dell’ardore dei giorni sfuggiti velocemente. “Una volta non era così. Quando il padre di mio padre si trasferì qui dalla città per fondare una fattoria con due soli buoi e una capra, la gente di queste lande era gioiosa ed aperta. Un viaggiatore non sarebbe mai riuscito a passare senza essere invitato a scendere da cavallo e sedere qualche momento a parlare con le ragazze del villaggio”.

Lo vidi tacere improvvisamente e non mi sentii in dovere di invogliarlo a proseguire. Qualche cosa lo aveva indotto a fermarsi ma non era certo un ricordo spiacevole: lo vedevo dal suo sguardo e dalla trama delle sue rughe che non era turbato. Anche se quel che mi stava dicendo circa i cambiamenti avvenuti nella gente di quelle colline mi avrebbe fatto pensare a qualche evento infausto, vedere il leggero sorriso sulle labbra del vecchio mi fece capire che, tutto sommato, al mio ospite risultava più gradita la sobrietà della vita attuale rispetto alla gioiosa chiassosità che c’era ai tempi di suo nonno.

“L’esistenza dei nostri antenati cambiò quando venne lei”, riprese dopo aver riflettuto a lungo. Sospirò, come contrariato da qualche cosa. Io, incuriosito da questa inaspettata chiacchierata, lo invogliai a dirmi di più: “Di chi parlate?”

“Temo che il suo nome sia ormai perso da tempo. Nessuno di noi lo seppe mai, né lei si mostrò mai interessata a parlare con qualcuno. Camminava con passo veloce e agile, leggera come l’aria di primavera, e non si fermava mai per salutare qualcuno. Non aveva amici né li cercava. Era schiva e se veniva avvicinata, con lo sguardo era capace di intimorire e far capire che non aveva nessuna intenzione di essere disturbata. Cosa la portasse nelle nostre terre era un mistero e non sembrava attratta dall’oro, dai diamanti e da ogni genere di ricchezza. Alcuni la indicavano come un essere oscuro e pericoloso. Altri invece la giudicavano una pazza senza però sapere quale fosse esattamente la sua follia. Il fatto stesso che fosse così sola e strana era la principale accusa che le veniva rivolta: nessuno, si diceva, se non un pazzo, può essere così solitario. Eppure anche lei, tutto sommato, aveva qualche compagnia. Mio nonno mi raccontò di averla vista una o due volte in compagnia degli animali del bosco mentre si aggirava tra le colline. Per quanto fosse una creatura solitaria, sembrò che anche lei avesse bisogno talvolta della presenza di esseri, se non simili, comunque affini. Mio nonno e i suoi compaesani, non fecero caso alle sua presenza sempre più vicina e alle sue improvvise minacce. Quando lei andò a bussare alle loro porte avvertendoli che non avrebbe più tollerato un solo albero abbattuto, non ottenne altro che risate canzonatorie e sorrisi di commiserazione. Ma le risate sguaiate si tramutarono presto in lacrime di dolore quando, sempre più spesso, vennero trovati boscaioli e cacciatori uccisi talvolta da bestie feroci, talvolta a colpi di frecce. Quando finalmente capirono che le sue minacce non erano parole vuote ma vere e proprie leggi da rispettare, si stabilì una sorta di tregua tra lei e le genti di questo villaggio. Più nessuno venne trovato ucciso e le fiere del bosco smisero del tutto di essere pericolose, come se fossero guidate da un’intelligenza divenuta improvvisamente pacifica. Tutti furono lieti del pericolo scampato e presto i morti vennero sepolti e la tranquillità tornò del tutto e, anche se vennero a mancare i balli la sera e le feste quando le carovane di viaggiatori venivano a passare la notte qui, tutto tornò come prima e forse persino meglio. Imparammo a piantare due germogli per ogni albero abbattuto e a selezionare prima le piante malate per farne legna da ardere. Imparammo a vivere dei frutti della terra più che della caccia degli animali dei boschi e lei, che venne chiamata la Signora, non si fece più vedere. Nonostante questo, molti sapevano che era ancora lì, a controllare le loro azioni e a vegliare sui suoi boschi”.

Sopraffatto per un attimo dalla stanchezza, il vecchio si abbandonò ad un sospiro. Io ero ormai caduto preda della curiosità e già sentivo forte la delusione, pensando che la storia dovesse concludersi così. Volevo sentire altro. Volevo sapere cosa ne era stato poi della Signora. “Alcuni credevano che lei fosse un essere malvagio e la temevano. Altri la rispettavano più di quanto non ne avessero paura”, continuò dopo poco.

“Voi la vedeste mai?” chiesi non potendomi trattenere più a lungo. “Sì, la vidi una volta soltanto”, rispose con aria improvvisamente triste. “Ero molto piccolo ma il ricordo è fresco come il profumo di fiori che lei portava con sé. Avrò avuto quattro, forse cinque anni. Essendo così giovane, la mia curiosità era infinitamente più grande di me. Per questo, nonostante gli ordini dei miei genitori, mi avventurai nei boschi per gioco o per disobbedienza: nemmeno io sapevo esattamente cosa mi spingesse così lontano. Molto probabilmente, però, fu la curiosità a farmi fare tanta strada. E sarei finito tra le fauci di un lupo feroce se la Signora non fosse venuta in mio soccorso. Se fossi stato un po’ più grande credo che avrebbe lasciato che quella bestia mi addentasse al collo, fino ad uccidermi e cibarsi della mia carne. Ma vedendomi così piccolo ed indifeso, probabilmente pensò a me come ad un cucciolo da difendere e cullare. Con un solo gesto chiamò a sé il lupo e mi raccolse da terra piangente per lo spavento. Nessuno ebbe modo mai, credo, di vedere quello che vidi io. Quando mi portò nella sua piccola caverna, potei assistere ad uno spettacolo che penso sia stato negato a chiunque altro. Ebbi modo di vedere il suo viso freddo e i suoi lineamenti selvaggi, farsi dolci e amichevoli; la linea delle labbra, tesa ed inespressiva, leggermente piegarsi in un sorriso appena accennato, che pareva impossibile fino a poco prima della sua apparizione, come se i muscoli stessi del suo viso non fossero in grado di assumere un’espressione sorridente; i suoi occhi dorati, profondi e spietati, divenire umidi di gioia e traboccanti d’affetto. Mentre accarezzava con amore il falco posatosi sulla sua spalla destra al suo arrivo davanti alla grotta, un orso lentamente e timidamente le si avvicinò pronto a crogiolarsi delle parole tenere che lei gli sussurrava. Mi regalò un frutto da mangiare, un sorriso e mi accompagnò ai margini del villaggio dopo di che mi diede le spalle e si incamminò verso il bosco, senza più girarsi. Non la rividi, né sentii più di qualcuno che l’avesse avvistata”.

Tacque e il silenzio che seguì era carico di commozione per entrambi. Ringraziai il destino che mi aveva fatto smarrire, dandomi così modo di ascoltare quella storia e di scaldarmi in cuore in una fresca sera del mese di Nathien. “Sono passati molti anni ormai. Se non è più stata vista forse è perché il suo tempo è già giunto”, dissi, utilizzando un giro di parole per non dover affermare che, come temevo, ormai la Signora era certamente da lungo tempo morta di vecchiaia. Mentre pronunciavo queste frasi, però, mi sentii subito a disagio e mi maledii perché avevo mancato di tatto.

Contrariamente a quanto mi aspettavo, invece, il vecchio non si mostrò seccato dalle mie parole. Scosse solamente il capo e disse: “Ancora non l’avete capito? La Signora non era una donna. Era una creatura della notte, figlia delle genti degli Elfi. Per quel popolo gli anni degli uomini sono poca cosa”.

Sorridemmo entrambi, mentre il fuoco crepitava, la donna continuava la sua faticosa opera di cucito e le stelle lentamente ruotavano attorno a noi nella quiete della notte.

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